E quando potei anch'io accertarmi dei calcetti, come diceva lei, che il rabbiosino le dava, quei sintomi di vitalità, e di forza mi confermarono nella convinzione che si trattasse proprio di un bambino.

—Lascialo fare. Si annoia al buio, nel ristretto spazio che lo contiene; ha fretta di uscire all'aria libera.

—Tra due mesi!

Oh, quanto mi sembravano lunghi a scorrere! Due eterni mesi ancora! E contavo i giorni, le ore, i minuti, con indefinito terrore del gran momento, con immensa compassione di colei che sopportava così lietamente il grave peso della maternità, e che passava le sue giornate a preparare, insieme con la mamma, il corredino del nascituro.

XIV.

Ero come in attesa di un portento. In certi momenti mi paragonavo, sorridendo, a quei maghi maravigliosi operatori di prodigi, che, avendo asservito tutte le più arcane forze della natura, le costringono alla creazione da loro ideata e voluta, e per ciò superiore alle ordinarie produzioni, le quali risentono inevitabilmente gli influssi delle circostanze e del caso. La loro opera non è diversa dalle creazioni naturali; si serve degli elementi esistenti, ma li combina con piena libertà, evitando gli impedimenti e i contrasti del cieco intervento di altre forze.

Così credevo di aver potuto fare io, ed ero in vivissima impazienza di vederne il risultato. Ne avevo parlato spesso nelle mie lettere al Bissi, e mi ero indispettito delle sue obbiezioni. Egli mi aveva risposto:

«Solo e vero mago è l'artista. Soltanto del nostro pensiero abbiamo padronanza assoluta, e per questo, se sappiamo, possiamo fare il portento dell'opera d'arte. Non c'è altra creazione umana possibile, ed è superiore, infinitamente superiore, a qualunque più elevata creazione della. Natura».

—E l'artista chi lo crea?—gli avevo risposto.

La nostra discussione epistolare era stata interrotta dalla malattia di sua madre.