Una mattina me lo vidi inaspettatamente dinanzi, vestito a lutto.

—Oh, povero amico!—esclamai, abbracciandolo.

—È un dolore ineffabile!—rispose.—C'è stato un istante in cui mi parve che tutto l'universo perisse assieme con me. Non avevo mai immaginato niente di simile; mi sembrava di dover ammattire. Il lavoro mi ha salvato…. Ne ho quasi rimorso.

—Perchè?

—Ho potuto fare una cosa orrenda. Stenterai a credermi. Tornato dal cimitero dove avevo assistito, senza piangere, quasi inebetito, al seppellimento della mia morta adorata, mi son chiuso nella cameretta accanto a quella in cui mia madre era spirata due giorni avanti…. ho ripreso il mio romanzo abbandonato da parecchie settimane, come se niente di terribile fosse accaduto nella mia vita…. ed ho scritto, ho scritto, notte e giorno per dieci giorni di sèguito, dormendo qualche ora seduto nella poltrona, con la testa su le braccia appoggiate al tavolino, sostentandomi con caffè e latte e pochi biscotti, domando così lo sconvolgimento fisico dell'organismo che pareva dovesse annientarmi l'intelletto. È stata, forse, azione istintiva, per proteggerlo, per salvarlo…. Una mostruosità! Quando ripenso a questo, mi faccio orrore!…

—Ed hai finito il romanzo?—gli domandai per non insistere sul triste tema.

—Sì.

—Ne sei contento?

—Molto; a te posso dirlo senza falsa modestia. E riflettendo che, probabilmente, non sarei riuscito a farlo quale ora è, se non fossi stato sotto la terribile stretta di quel dolore senza nome, mi sento preso da un impeto di indignazione contro la Natura che ha bisogno di servirsi di tali mezzi per produrre certi fenomeni intellettuali. È una gran profanatrice la Natura!

—Tu intanto devi essere felicissimo di aver già fatto quel che hai voluto.