—Sì, è vero. Ho l'assentimento della mia coscienza. Ma corrisponderà l'opera mia alla coscienza degli altri? Ti confesso che questo mi dà pensiero fino ad un certo punto. Tanto peggio per me, se essa arriva in ritardo; tanto meglio, se precorre l'avvenire. Lo saprò tra non molto, appena avrò trovato un editore, e, dopo l'editore, un pubblico che voglia leggerla. L'importante era che io giungessi a produrla quale l'ho maturata nell'immaginazione e nel cuore; che nell'arduo passaggio dalla concezione all'attuazione la mia opera d'arte non perdesse per via le eccelse qualità di vita, di luce, di colore, di euritmia lungamente vagheggiate e laboriosamente proseguite con l'intenso concorso della forma che dà allo spirito dell'artista ansie e dolori di cui pochissimi possono formarsi esatta idea. Ormai io sento lo sfinimento, la lassitudine che seguono al lavoro compiuto; e guardo l'opera mia con la stessa tenerezza, con la stessa compiacenza con cui una mamma deve certamente guardare la creaturina che poche ore avanti le ha straziato le viscere per venire alla luce.
—T'invidio!
—Forse hai ragione, forse hai torto. In questo momento io non so giudicare se la generazione di una creatura vivente, cioè di un'anima, di un cuore, d'un intelletto, non sia infinitamente superiore alla creazione di un'opera d'arte; o se quest'altra creatura spirituale che vive, che palpita anch'essa, e che è capace di produrre in migliaia d'intelligenze e di cuori ripercussioni immortali di pensieri e di affetti, non valga assai più, assai più del misero organismo formato di fibre, di nervi e di sangue che potrà essere un genio, un cretino, un delinquente senza che la nostra volontà c'entri per nulla.
—No! No!—esclamai.
—Scusa,—egli rispose, sinceramente mortificato.—Ti ho parlato di me e delle cose, che possono interessarti fino a un certo punto, ed ho trascurato di chiederti notizie….
Lo presi per le mani con slancio affettuoso.
—Non ancora…. Poche settimane, pochi giorni, forse, e il gran miracolo sarà compiuto. Lasciami dire così. È la convinzione, anzi la fede che mi regge, che mi conforta, che mi fa amare la vita. Chiamo Fausta; voglio presentarti a lei che ti vuol bene come al più caro dei miei amici. La gestazione ha un po' deformato le linee del suo giovane corpo; a me però sembra più bella ora; c'è qualcosa di augusto, di sacro nella maternità.
Ero orgoglioso di veder Bissi quasi timido davanti a Fausta.
—È un vecchio amico per me,—ella gli disse.
Si era fermata scorgendolo in lutto e mi interrogò con lo sguardo.