—Ha perduto la mamma,—spiegai.

—Povero signor Bissi!

Le tremava nella voce tale improvvisa commozione, che io, per impedirle di continuare, la interruppi:

—Sarà nostro ospite. È inutile che tu dica di no—soggiunsi al gesto negativo del mio amico.—Mando all'albergo a prendere la tua valigia.

Fausta lo fissava con gli occhi velati di lacrime. La rimproverai dolcemente. La sua sensibilità si era molto esaltata in quegli ultimi giorni; qualunque lieve impressione la turbava; e questo stato di debolezza nervosa m'impensieriva, quantunque comprendessi che fosse proveniente dalle condizioni del suo organismo, in via di prepararsi al supremo sforzo del prossimo parto. Ricordo le dolcissime ore passate in quella stanza dove Fausta e mia madre finivano di mettere in ordine il corredo del «principino imperiale» come io mi compiacevo di chiamare il nascituro; e Bissi ed io dimenticavamo di ragionare di arte, interessandoci a quelle piccole cose eleganti che si accumulavano sui tavolini e su le seggiole in gentile disposizione.

Fausta, di tanto in tanto, animava il nostro ammirativo silenzio con parole di scherzo rivolte al Bissi:

—Beati voialtri romanzieri che non fate nessuna fatica e nessuna spesa per abbigliare i vostri personaggi!

—Ah, se sapesse!—egli rispondeva, crollando il capo.

—Lo so che spessissimo li vestite male. Vi costerebbe tanto poco sollecitare intorno a questo la collaborazione di una donna. Ma voialtri artisti siete orgogliosi; stimate la donna un essere inferiore….

—Può darsi che abbiano ragione,—soggiungeva mia madre.—Però, però….