—Dica pure, signora Maria,—la incitava Bissi.
—I romanzi noi li facciamo e li facciamo fare nella vita. Non è poi gran cosa, se loro li scrivono.
—T'inganni, mamma!—intervenivo io.
Nessuno sapeva meglio di me quanta gran differenza corresse tra il viverli e lo scriverli. L'antica piaga del mio cuore si era riaperta in quei giorni, assistendo alla lettura di parecchi maravigliosi capitoli del lavoro di Bissi, dove la realtà e la poesia si fondevano con arte squisita, organicamente, con originalità schietta e sincera, con robusto impeto di stile. L'ammirazione e la gelosa invidia che riprendevano a torturarmi col vivo ricordo della mia impotenza artistica venivano a stento represse dall'idea che tra poco avrei veduto venire alla luce il mio capolavoro, di natura diversa, Colui che avrebbe dovuto attuare quel che al suo genitore era stato negato. Non osavo di dubitare un solo momento che ciò non dovesse accadere. La ragione della mia esistenza consisteva tutta là.
Tornavamo col mio amico da una lunga passeggiata, in aperta campagna. La primavera era arrivata da parecchi giorni coi suoi tepori, coi suoi profumi, col suo vasto sorriso di verde e di sole, con la lieta gazzarra degli uccelli nidificanti tra i rami degli alberi, tra le siepi, con le farfalle che ci volteggiavano su la testa, d'attorno, mentre noi procedevamo per l'ampia strada, riandando con lieta spensieratezza i bei giorni della giovanile comunanza di studi, di aspirazioni, di sogni ora parte svaniti, e parte sostituiti da altre aspirazioni, da altri sogni, o da tristi e dolci realtà. Le circostanze della vita ci avevano divisi. Il fratello di mia moglie, con la madre e la zia, stava a Roma, dove aveva aperto il suo studio di avvocato; il Lostini era andato a Milano e già spadroneggiava nel basso giornalismo, poeta, novelliere, critico letterario e teatrale. La sua improntitudine e la sua audacia lo aiutavano a far rapida carriera più che il suo ingegno incolto, bislacco, ma che però progrediva e si fortificava oltre di quel che da principio non facesse sospettare.
—Noi due siamo rimasti, in disugual modo, sognatori ostinati,—diceva
Bissi sorridendo malinconicamente.—Il mondo è dei violenti.
—C'è violenza e violenza,—risposi.—Io preferisco quella che adopriamo noi, tu più di me. È la più sicura.
Ci eravamo dilungati troppo. Una carrozza vuota ci veniva incontro. La fermai. Bissi voleva ritornare a piedi; ma io sentivo una strana agitazione, un'impazienza improvvisa di trovarmi a casa.
—È puerile. Devi perdonarmi; in certe circostanze si diventa superstiziosi. Ho il presentimento d'una novità che mi attende. Infatti nell'anticamera, ci venne incontro mia madre.
—Fausta ha cominciato tutt'a un tratto a soffrire. C'è di là la levatrice. Ho mandato ad avvisare anche il dottore, per precauzione.