Avevo provato una gran stretta al cuore, come davanti a un pericolo di morte; e per sorreggermi mi ero afferrato fortemente al braccio di Bissi.
—Dario!… Eh, via…. coraggio!
Egli tentò di trascinarmi in salotto o nello studio; ma io volli, a ogni costo, vedere Fausta prima che le sue sofferenze aumentassero.
Era in piedi, appoggiata alla spalliera di una seggiola, pallida, col viso un po' contratto. Vedendomi entrare, si sforzò di sorridermi e mi stese una mano.
—Non è niente…. Sono forte!
—Fausta!… Fausta!…—balbettai.
—Non è niente!… Va' di là; mi fa più male il vederti soffrire.
E mi offerse le labbra, ghiaccie come la mano.
Ah, quelle terribili ore, quando le sue grida strazianti arrivavano fino al mio studio, dove andavo su e giù senza sapere quel che facessi, cacciandomi le mani tra i capelli, invocando il nome di lei—Fausta! Fausta!—sollevando le braccia in atto di supplicazione, stringendo forte i denti quasi avessi potuto in quel modo aiutar Fausta a sopportare lo strazio che la costringeva ad urlare.
Di tratto in tratto, mia madre si affacciava all'uscio per dirmi: