La mamma, poverina, me lo aveva spiegato bene; ed io ero rimasto pensieroso tutta la giornata, intento a indovinare quale relazione passasse tra una mummia e me.

—Non sono una persona morta!—pensavo.

Intanto l'idea che uno avesse potuto ingiuriarmi con quel nome, cioè che avesse potuto giudicarmi quasi persona morta, imbalsamata, fasciata—questi particolari avevano fatto maggiore impressione su la mia fantasia—mi die' per parecchi giorni un profondo senso di tristezza.

—Se colui ha potuto dirmi: Mummia!—riflettevo,—significa che ha veduto in me qualcosa che gli ha richiamato la mummia alla memoria.

Barlume di coscienza infantile, sparito presto e non rinnovatosi più.

Non godevo e non soffrivo.

Ricordo le sensazioni della mia vita di campagna, nella deliziosa villa comprata a posta dal babbo. Vi sono tornato spesso, in questi ultimi tempi, e principale occupazione colà è stata sempre quella di ricostruirmi con tutti i particolari la mia vegetazione di allora; non posso chiamarla altrimenti.

Le belle giornate, il verde dei campi, il canto degli uccelli, le acque scorrenti, le stesse affettuose premure della mamma, la compagnia dei bambini del mezzadro, niente penetrava a fondo dentro di me, niente riusciva a produrre un'eco di sentimento nella mia povera animuccia.

Restavamo soli colà, mia madre ed io, per mesi e mesi. Il babbo era costretto a viaggiare spesso dagli affari, dalle speculazioni commerciali, o era trattenuto in città. Scriveva quasi ogni giorno per avere notizie di me e s'impazientiva di non riceverle quali le avrebbe volute. Capivo questo dall'espressione del viso della mamma mentre leggeva la lettera tenendomi tra i ginocchi; lo capivo dalla sua invariabile esclamazione:

—Benedett'uomo!… Quasi fosse colpa mia!