La camera era ancora sossopra. Fausta, sorretta da un mucchio di guanciali, pallida, con gli occhi infossati e i capelli in disordine, mi accolse atteggiando le labbra a un sorriso dubbio che pareva chiedesse scusa e nello stesso tempo volesse confortarmi.

La vista della bella creatura sofferente mi die' uno slancio di pietà. La presi delicatamente per le mani, la baciai, e con voce ferma e carezzevole le dissi:

—Sii calma…. Sarà per un'altra volta. Possiamo attendere. Sii calma.

—Grazie, Dario!—rispose commossa, con gli occhi improvvisamente gonfi di lacrime.—È là,—soggiunse, additandomi la neonata che riposava, coperta da un velo, sur un guanciale a pie' del letto.

Mia madre la sollevò con cautela, per non svegliarla, e me la presentò…. Un mostricino roseo, affogato fra le trine della cuffietta e dello scollo della veste, dalle cui maniche, ornate di merletti, venivano fuori due manine coi pugni chiusi, del color del sangue. I lineamenti sembravano fluidi, inconsistenti, quasi le carni non avessero ancora avuto tempo di raffermarsi. Dalla cuffietta scappavano fuori alcune ciocchettine di capelli biondissimi; le sopracciglia si confondevano col roseo della fronte; le labbra erano pavonazze.

Ebbi un senso di repulsione, ma lo vinsi subito e mi inchinai a baciarla sfiorandola appena.

—Tra poche ore non la riconoscerai,—disse mia madre.

La bambina si agitò, aperse gli occhietti grigi e mosse le manine.

—Ti guarda, Dario!

—Vedrà come sarà bella domani,—soggiunse la levatrice che assisteva la puerpera.