—Ti guarda, Dario!—replicò Fausta.

E c'era nella sua voce un invito, un'implorazione che mia madre capì meglio di me, alzando la bambina, perchè la baciassi di nuovo.

Sentivo un inatteso turbamento davanti a quell'esserino, sangue del mio sangue, carne della mia carne. Non era rancore, ma non era neppure gioia, soddisfazione, compiacimento del nuovo fiore di vita non ancora compiutamente schiuso, avviluppato dalla inconsapevolezza che guardava senza discernere come scorgevo dalla pupilla non schiarita e dai movimenti, vaghi, annaspanti, dei minuscoli ditini.

E fui lieto che mia madre la riponesse sul guanciale e tornasse a ricoprirla col velo.

—Le vorrai bene, Dario?—domandò Fausta, esitante.

—Quanto gliene vorrai tu.

Ella spalancò gli occhi e sorrise con tale espressione di felicità, che io non potei difendermi da una punta di rimorso per averle mentito.

—La signora ha bisogno di riposo,—fece la levatrice.

—Resta ancora un po', Dario! Resta anche tu, mamma!

—Per ora qui comanda lei,—rispose mia madre, accennando alla levatrice.