Si era forse accorta di quel che cominciava ad accadere dentro di me per la violenta costrinzione impostami e volle impedire che Fausta finalmente indovinasse?

Avevo il cuore gonfio. Sentivo per tutto il corpo un fremito che sarebbe scoppiato in un nuovo eccesso di disperata indignazione, se non ne avessi avuto terrore; e non mi fosse venuta l'idea di sviarlo pregando Bissi di leggermi altri capitoli del suo romanzo.

Egli mi guardò stupìto, e accondiscese col gesto compassionevole di chi si presta ad appagare il desiderio di un malato.

Oh, la strana sensazione di quella lettura! Le parole mi penetravano nell'orecchio perdendo il loro preciso significato, diventando suoni musicali soltanto, che la voce del mio amico modulava con inflessioni ora rapide, ora soavi e lente, ora gravi e solenni, in una specie di melopea da cui venivano acchetati e quasi addormentati i miei nervi senza affaticare la mente. Avrei voluto che con la lettura tutta la mia vita avesse continuato a durare in quell'indeterminatezza, in quel fluire indefinito che mi portava via con sè lontano, lontano, con lassezza da dormiveglia dolce e triste, con un senso di benessere che mi dava ineffabile ristoro. E quando la voce del mio amico a poco a poco, secondo la drammatica situazione di un dialogo di amore, si abbassò di tono, si affievolì e si smorzò nell'unisono di un sospiro dei due amanti, mi parve che qualche cosa si arrestasse dentro di me.

—Non mi dici niente?—domandò Bissi, dopo alcuni istanti di silenzio.

Dispiacente di dover mortificarlo confessandogli la mia involontaria distrazione, balbettai poche e sciocche parole ammirative, incapace com'ero di precisar meglio le mie impressioni.

—Hai voluto fare un gentile sacrifizio,—egli disse.—Te ne sono grato. Non era il momento più opportuno; capisco lo stato dell'animo tuo. E se in qualche modo ti ho giovato….

—Non so esprimerti quel che ho sentito. Avevo bisogno di perdere la coscienza di vivere.

Mi levai da sedere, ripreso dalla dolorosa rabbia della mia delusione, e mi misi a passeggiare agitato pel salotto, strizzando le mani, con l'immagine davanti agli occhi di quel mostricino mezzo affogato fra le trine della cuffietta e i merletti della bianca veste che Fausta aveva cucite con tanto amore, destinate a quell'altro, al desiderato, al non arrivato e che forse non sarebbe arrivato mai più! Bissi non osava di dirmi una parola di conforto.

Così passarono parecchi giorni. Entravo per pochi minuti, due, tre volte il giorno nella camera di Fausta, ripetendo lo sforzo di costringimento, senza sentirmi commovere dalla vista della creaturina attaccata al seno della madre beata di sentir scorrere abbondante nella bocchina, che suggeva il capezzolo, l'affluenza del latte.