—Se tu sapessi com'è ghiotta!—diceva.—La mamma mi raccomanda di non avvezzarla male; di allattarla a ore determinate, sempre le stesse; ma io appena la sento piangere, non resisto. E sembra che lei lo sappia, la cattiva!
Se la stringeva al cuore, se la divorava dai baci; e vedendomi restar là, freddo, quasi annoiato—non mi sforzavo più di frenarmi, di dominarmi—soggiungeva rimproverandomi indirettamente:
—E per ciò il babbo non le vuol bene e non l'accarezza e non la bacia!
—I baci sformano il viso dei bambini; non dovresti baciarla neppure tu!
Protestò baciucchiandola con maggiore vivacità.
Finchè Fausta era restata a letto, ed io avevo avuto la distrazione della compagnia di Bissi, l'irritazione che mi sconvolgeva l'animo per la delusione sofferta aveva trovato facili momentanee diversioni. Rimanevo però sotto il tormento durante la insonnia in quelle tiepide notti di maggio che spesso passavo alla finestra, fumando, con qualcosa somigliante a un chiodo calcato da crudelissima mano in mezzo alla fronte, e che a poco a poco mi produceva tale stordimento da farmi guardare, senza distinguer nulla, le case, la campagna, i monti lontani, annegati nella diffusa luce lunare, e smarrire in torbide regioni dove la facoltà di pensare rimaneva offuscata e quasi annullata. Allora l'alba mi sorprendeva alla finestra, un po' intirizzito dalla brezza notturna, con le braccia indolenzite dalla posizione in cui erano rimaste per tante ore, con grave spossatezza intellettuale, quasi la mente avesse fatto, nei più chiusi recessi del cervello, un intenso lavorìo di cui non mi rimaneva coscienza; e mi mettevo a letto per alcune ore a dormire un sonno agitato, interrotto da sussulti, e pieno di sogni che finivano in incubi affannosi.
Un pomeriggio Bissi entrava nel mio studio col viso raggiante di gioia. Il suo romanzo era stato accettato dal direttore di un giornale quotidiano che lo avrebbe pubblicato prima nelle appendici di esso e poi in volume. Ma più che di questa insperata fortuna, egli era lieto dell'anticipazione concessagli, che gli permetteva di restituire le mille lire dategli da me due anni addietro.
—Questo non era nei nostri patti—gli dissi.—Dovevo essere io il tuo editore. Ti prendo in parola per un altro romanzo.
—Grazie,—rispose.—Sono solo; lo stipendio mi basta. Ti costituisco mio banchiere. Se avrò bisogno di quattrini, mi rivolgerò a te.
—Ora sai la via della mia casa; troverai sempre la tua camera.