Avevo farneticato:
—Che inganno! Quel suo organismo, creduto capace di un perfetto concepimento, è fiacco, fiacchissimo per la creazione di un maschio! Non me lo darà mai, o, se riuscirà a darmelo, non sarà mai il maschio che dovrebbe attuare la elevatissima idea da me pensata e maturata!
Mi sembrava che ormai, dopo quest'altra prova andata a male, la mia vita non avesse più nessuno scopo. Mi vedevo confuso con la moltitudine che ingombra il mondo, condannato a quella volgarità quasi animale da cui rifuggivo con orrore, ridotto a essere un marito come tanti altri, un padre come tanti altri, una forza sperduta nel complicato ingranaggio sociale: niente!
Fausta non si accorgeva di nulla, lieta che la lasciassi interamente dedicata alla sua creaturina. Mia madre però osservava con sguardi inquieti il mio contegno, e non osava di interrogarmi, quasi avesse paura di veder confermati i sospetti che il mio silenzio, il pallore del mio volto, la cupezza della mia voce nelle brevi risposte che davo, le avevano fatto concepire. Dopo il mio primo scoppio all'annunzio della nascita della bambina, mi ero sforzato di dissimulare quel che mi ribolliva nell'animo. Non ero un bruto, non ero un selvaggio; ero, interiormente, qualcosa di peggio, sì; ma all'esterno i miei atti, i miei modi avevano tutta la raffinatezza dell'uomo civilizzato che si stima obbligato a mentire.
Col divinatore affetto materno però non c'è finzione che basti.
Mia madre, una mattina, venne da me mentre tentavo, leggendo, di dimenticare quello che giudicavo immane, irrimediabile disastro: e accostatasi, mi battè dolcemente con la mano sur una spalla.
—Ma non pensi,—mi disse,—che Fausta, se tu continui così, morirà di dolore?
Alzai la testa, e risposi:
—Se si morisse di dolore, a quest'ora io….oh!
E mia madre, crollando dolorosamente il capo, era andata via senza aggiungere altro.