Oh, i fatti sono cocciuti!

Ti ricordi le savie parole dell'Husson a proposito del magnetismo animale? Je vous dis, egli protestava, nel 1837, dinanzi ai suoi colleghi dell'Accademia di Medicina, je vous dis que vous ne pouvez pas plus vous constituer juges du magnetisme que de toute autre question scientifique, parce que vos jugements sont eux-mêmes justiciables du progrès des sciences, et que votre jugement d'aujourd'hui peut être réformé demain.

Non son passati neppur cinquant'anni, e il progresso della scienza gli ha dato ragione.

Ecco ora il Wallace, il Crookes, il D'Assier che, coi loro scritti intorno ai fenomeni spiritici, protestano come l'Husson, mettono in mora i loro colleghi di scienza, dando pei primi l'esempio di applicare a quei fenomeni le difficili inquisizioni, le dure prove e riprove del metodo positivo. I loro colleghi, veramente, non mostrano ancora di darsene per intesi; ma aspettiamo, per dir molto, un cinquant'anni; chi vivrà vedrà.

Durante questo periodo di bizza o di esitazione degli uomini della scienza, è ben lecito a noi altri osservatori dilettanti l'intervenire nella discussione senza meritar la taccia di presuntuosi.

Lo so: la nostra curiosità è un po' bracona. Noi prestiamo facilmente attenzione quando gli scienziati non si degnano di voltar la testa; noi ci appassioniamo dietro alcuni fatti, osservando con piena buona fede, e non sempre senza le opportune cautele, quando gli scienziati, per una ragione o per un'altra, preferiscono di chiudere gli occhi e di tapparsi gli orecchi. Ma spesso il caso, che è cattivo perchè irragionevole, ci favorisce largamente, facendoci inciampare in fenomeni degni di non passare inosservati; e allora la nostra mezza ignoranza ci permette delle arditezze che lo scienziato evita con cura. Le nostre ipotesi, ordinariamente, hanno poco o punto valore; però non è raro che dal lavorio disordinato della mente d'un dilettante baleni un'intuizione divinatrice da far qualche comodo al vero scienziato quand'egli avrà la pazienza di vagliare quella bizzarra farragine di osservazioni, quando non parrà sconveniente alla sua serietà il prestar benigno orecchio a impressioni alquanto vaghe ma vivaci, a ragionamenti forse sbagliati ma non campati del tutto in aria, perchè oggi anche i dilettanti sentono, volere o non volere, l'influsso del metodo positivo e si sforzano, alla loro maniera e secondo le scarse forze, di metterlo in pratica.

Sei anni fa, in campagna, mi divertivo a far raccolta di bruchi. Quelle meravigliose trasformazioni in crisalidi e in farfalle, tante volte lette nei libri, tentavano la mia curiosità e cercavo di appagarla osservandole direttamente. Capisci bene che non facevo scelta; non era il caso. I bruchi del cavolo, quelli dell'ortica, quelli più rari di altre piante servivano indifferentemente al mio niente scientifico scopo; e le magnifiche Vanesse dalle ali di un nero porporino, orlate di giallo d'oro, gli splendidi Papilii Macaoni gialli e neri, dalle ali cosparse di polvere azzurrognola e prolungate come due piccole code, le gentili Cedronelle sentimentalmente pallidine che agitavano sotto i miei occhi le ali ancora molli dell'umore vitale della loro crisalide, mi producevano sorpresa e diletto quanto le volgari Cavolaie che tutti, nella nostra fanciullezza, abbiamo spietatamente rincorse per le siepi degli orti e pei campi.

Ebbene; sai che cosa mi accadde?

Mi accadde di osservare che, tra dieci, dodici bruchi del cavolo messi insieme sotto una campana di cristallo, uno o due, prima di rinchiudersi nella loro crisalide, figliavano, dal centro inferiore del corpo, poco più d'una dozzina di piccolissimi bruchi verdognoli che subito intessevano, in gruppo, dei bozzoletti gialli, come quelli del baco da seta, di forma ovale allungata, non più grossi dell'ottava parte di un chicco di grano. Mi attendevo una covata di minuscole farfalline; e, invece, dopo un quindici giorni di ansiosa aspettazione, vidi sbucar fuori dei moscerini neri, dal corpo allungato, dalle ali sottilissime, dalle zampine più svelte di quelle di una mosca, che non avevano nessun rapporto coi bruchi da cui erano stati figliati, nè colle bianche farfalle uscite poi dalle crisalidi formate da quei bruchi immediatamente dopo il parto.

I libri di entomologia che avevo con me non facevano nessun cenno di un così strano particolare: ed esso non mi pareva meno meraviglioso delle trasformazioni dei bruchi in crisalidi e in farfalle. Anzi! Sorpreso di quel silenzio, replicai l'esperienza tre volte di seguito. Il resultato fu sempre lo stesso; tra dieci, dodici bruchi, uno o due figliarono la solita dozzina di piccolissimi bruchi verdognoli che si costruivano lì per lì i loro microscopici bozzoletti.