Te lo ripeto: nel provare noi altri dilettanti godiamo del beneficio della nostra condizione; non compromettiamo nulla, neppure il nostro amor proprio. Metti, puta caso, uno di noi faccia a faccia con un fatto (nota, dico: fatto) che smentisse la legge della gravitazione universale. Siccome siamo perfino incapaci di valutare le conseguenze del gran rovinìo che accadrebbe nei calcoli e nelle deduzioni della scienza se venisse a mancarle sotto i piedi questo solido e sicuro terreno, così noi non avremmo nessuna difficoltà di accettare il fatto, ben constatato, s'intende, e lasceremmo gli scienziati a sbrogliarsela tra loro e la Natura. Senti intanto che cosa dice uno di essi, anzi due.

«Questi fenomeni (quelli del Home) sono così straordinarii e così completamente opposti ad ogni più ferma credenza scientifica — tra le altre, all'universale e invariabile azione della forza di gravità — che anche al presente, ripensando i particolari di tutto quello che ho visto coi miei occhi, sorge un antagonismo nel mio spirito tra la mia ragione, la quale me ne afferma la impossibilità scientifica, e la testimonianza dei miei due sensi della vista e del tatto (testimonianza corroborata dai sensi di tutte le persone lì presenti insieme con me) i quali affermano di non mentire attestando contro le mie idee preconcette.»

Al Crookes, di cui sono le parole citate, un amico, un gran scienziato egli dice, scriveva: «Qualunque sia la mia fede nella vostra potenza di osservazione e nella vostra perfetta sincerità, io provo un gran bisogno di vedere da me, e mi è penoso il pensare che esigerei molte prove. Dico: penoso, perchè capisco che non c'è altro mezzo di convincere un uomo all'infuori del fatto ripetutamente osservato: soltanto allora l'impressione diventa un'abitudine dello spirito, una vecchia conoscenza, insomma una cosa saputa da gran tempo, da non poterne dubitare. Questo è uno dei lati più curiosi dello spirito umano, e negli uomini di scienza mi par più sviluppato che negli altri. Perciò non si deve facilmente tacciar di mala fede un uomo che resista all'evidenza. Per abbattere il vecchio muro delle credenze occorrono dei colpi replicati.»[2]

V'è anche un'altra ragione per cui noi dilettanti tentiamo certe prove senza nessuna esitazione. Non siamo spinti solamente dalla smania della verità; l'immaginazione entra per qualche cosa, per molto, nelle nostre disordinate escursioni a traverso l'ignoto. Infatti spesso cominciamo dal tentare l'assurdo. Io, per esempio, prima di provarmi col magnetismo, non avevo cercato di mettere in pratica i segreti dell'alta magia?

Non ridere. Contavo appena sedici anni. Dopo di aver letto che il Goethe si perdette per mesi e mesi, con la mistica signorina Klettemberg, dietro la ricerca della terra vergine, sprofondandosi nello studio delle opere del Paracelso, dell'Aurea Catena Homeri, dell'Opus mago-cabalisticum del Walling, non ho più vergogna di confessarlo. E i miei esperimenti furono assai meno felici di quelli del gran poeta tedesco; non giunsi ad ottener nulla da mettere in riscontro col suo arseniato di potassa o col suo liquor silicum.

Nel 1855 un amico di collegio venne a communicarmi, con segretezza, la copia d'un manoscritto che diceva ritrovato da un ramaio nel buttar giù la facciata della sua piccola casa. Chi avea murato quel manoscritto nel fianco di una finestra? Da quanto tempo si trovava lì? Nessuno ne sapeva nulla. Il mio amico però pretendeva di sapere con certezza che il ramaio, provandosi a deciferare quei ghirigori sbiaditi dall'umido, era stato atterrito dall'apparizione di legioni di spiriti che gli gridavano, comanda! Vinta la prima impressione, egli avea poi largamente approfittato del sovrumano potere capitatogli in mano. Aveva violato delle ragazze, rapito delle belle mogli, commesso non so quante altre ribalderie, ed era sempre sfuggito, per virtù dei suoi spiriti, alle attive ricerche della polizia e a quelle, più temibili, della vendetta degli offesi.

La copia del mio amico non conteneva la parte dov'erano le terribili evocazioni; nè tutti e due avremmo allora avuto il coraggio di avventurarci a tale lettura. Però volevamo apprendere senza fatica tutte le lingue morte e viventi? Volevamo indurre alle nostre voglie tre delle più belle ragazze del mondo? Bastava eseguire per l'appunto le formole dal manoscritto indicate.

Per le lingue occorrevano troppe cose, e nessuno di noi due era in caso di procurarsele. Dovemmo quindi rimettere i nostri tentativi a tempi migliori, quando ci sarebbe stato facile il comprare le indispensabili placche di oro purissimo da incidervi sopra i segni cabalistici e i motti arcani capaci di produrre quell'effetto.

Fu per questo che io rivolsi la mia attenzione alle belle ragazze. E per tre giorni e tre notti consecutive recitai, con fede, la lunga preghiera: Adonai, Pater omnipotens sempiterne Deus.... (questo principio mi è rimasto fitto nella memoria); e in quei tre giorni evitai di far entrare altre persone nella mia stanza da studio che spazzai da me stesso, con una granata nuova. Nella sera del terzo giorno, preparata, tutto trepidante, la piccola tavola prescritta (con tre salviette, tre vassoi, tre bicchieri non usati e tre panini freschi) aperta l'imposta del terrazzino, senza neppur chiudere le cortine che servivano a separare la mia cameretta da letto dalla attigua stanza da studio, mi cacciai frettolosamente sotto le coperte e stetti ad aspettare.

Il fruscìo delle vesti delle tre belle tardava a farsi sentire per la stanza silenziosa, in quell'alta notte di inverno. Un leggiero soffio di vento agitava le cortine di mussola raccolte ai due lati e veniva a gelarmi la faccia; ma io continuavo ad aspettare, cogli occhi aperti, colle orecchie tese, col respiro un po' accelerato.