I tormenti di quest’anima sincera e pura si possono meglio intendere leggendo le lettere scritte al Buzot dalla prigione dell’Abbaye. Il dovere e l’amore vi si equilibrano, vi si fondono in un’intonazione sublime: ma qua e là trapela qual grave fardello di dolore le pesasse sull’anima al ricordo della vita di famiglia che la sua imprudente confessione le aveva reso insopportabile. Ed ora ella gode della sua prigionia ove dee render conto solamente a sè stessa dell’impiego delle sue ore. Qui nulla che la distragga, nulla che le richiami alla mente le contraddizioni delle leggi e dei pregiudizî della società colle più dolci ispirazioni della natura. Come le son cari quei ferri ove è libera d’amare senza dover dividere in due, e occuparsi di lui che l’ama e merita d’esser riamato!
E in quella solitudine, in quel continuo fantasticare, chi sa quai lampi di speranza, chi sa quanti sogni ove ogni mondano impedimento si spezzava e le due anime, i due cuori, i due corpi si univano per non dividersi che colla morte! «Et si le sort ne nous permettais pas de nous réunir bientôt, faudrai-il donc abbandoner toute espérance d’être jamais rapprochés, et ne voir que la tombe où nos éléments puissent être confondus?»
Quest’episodio della vita di madama Roland non ha una soluzione nella realtà; è più un frammento d’opera d’arte, che un soggetto capace di diventare un’opera d’arte. La soluzione della mannaia è una cosa tutta accidentale, esteriore; l’arte non sa che farne. Essa potrà posarsi innanzi tutti gli elementi di questo problema psicologico, incarnarli in un’altra persona e trovarvi, nella libertà del suo mondo, la vera soluzione, la intima, la razionale: ma per la stessa madama Roland c’è la storia che glielo vieta. Così l’episodio più drammatico di questa nobile vita rimane per l’artista proprio come non avvenuto.
Lo stesso accade riguardo all’episodio politico, Madama Roland sconta, più che altro, la colpa di esser moglie d’un ministro girondino. La sua catastrofe ha la propria ragion d’essere quasi tutta fuori di lei. Anche qui c’è il capriccio della sorte, l’accidente, la cosa meno artistica di questo mondo: e l’episodio rimane assolutamente un episodio, senza che possa trasformarsi in un germe d’opera d’arte, cioè d’un tutto vivente ch’abbia in sè stesso gli elementi e la ragione della propria vita.
Mi son diffuso su questo per mostrare che il Salmini vide le difficoltà, le manchevolezze del suo soggetto che impedivano ai grezzi materiali storici la trasformazione drammatica: e tentò anche coraggiosamente d’evitarle e di correggerle. Ma già lo stesso tentarlo era un grave errore. Si può dire che egli abbia quasi fatto il meglio che poteva per dare al suo quadro delle proporzioni grandiose, e un movimento esterno con cui sostituire il vero movimento drammatico; ma bisogna però confessare che questo rimedio è stato peggiore del male. Giacchè non ci sia peggio dell’accorgersi che manchino ad un soggetto le condizioni più essenziali per ridurlo un’opera d’arte, e del supporre intanto che con ripieghi, con sotterfugi, con lustre d’ogni genere si possa agevolmente dissimulare il difetto.
Il lavoro del Salmini riuscì quindi privo d’efficacia e d’affetto, in onta al severo studio impiegato nella scrupolosa rappresentazione dei fatti storici e delle figure dei personaggi che vi agirono o li produssero. Non c’era in quel prologo, in quei 5 atti nè l’atmosfera dei grandi avvenimenti del 93, nè uno spiraculum da trasformare le immagini dei giganteschi personaggi della Rivoluzione in veri fantasmi poetici!... Ed ecco perchè il pubblico si impazientiva, si annoiava, motteggiava, rideva.
La sua attenzione non era afferrata da alcun che di potente che la tenesse ferma; la sua curiosità non era aizzata, il suo cuore non era commosso. Se non applaudì la Marsigliese, non fu per non compromettersi politicamente, come dice il Filippi forse scherzando e come un altro giornale ha detto sul serio, ma unicamente perchè quella declamazione era fuori posto, perchè quel prologo non preparava nulla, e poteva esserci nel dramma o non esserci, senza che l’azione ne soffrisse. — Il pubblico rimase di diaccio! — Ma diede anzi prova di buon gusto. — Rise alla descrizione della morte di Marat! — Ma come non ridere ad un racconto fatto nella circostanza e colla forma del racconto di Carlotta Corday?
Questo benedetto pubblico può avere, se così si vuole, tutti i difetti del mondo; però non avrà mai certi pregiudizî retorici che gli facciano dire: La Madama Roland del Salmini è un lavoro letterario, non è un lavoro teatrale! Per lui un lavoro teatrale è un lavoro letterario, precisamente ed unicamente perchè è un lavoro teatrale. Potrà esser benissimo un lavoro letterario cattivo, un lavoro letterario eccellente, un lavoro letterario mediocre; ma questo corrisponderà all’essere un lavoro teatrale cattivo, un lavoro teatrale eccellente, un lavoro teatrale mediocre. Il pubblico va in teatro colla fisima, credo, niente stramba d’andarvi a sentire un’opera d’arte, un’opera cioè che risponda più o meno a tutte le caratteristiche d’un lavoro teatrale, e non sia nè la storia dialogizzata o sceneggiata, nè un concetto astratto predicato alla nausea in tutti i toni, appartenesse pure alla più sublime morale e al patriottismo più nobile. E allorchè si trova ingannato dalle promesse, allorchè quel che doveva essere esclusivamente ed assolutamente un’opera d’arte gli si trasforma in un trattato di storia a uso giardini Froebel, o in un’azione morale a uso Berquin, il buon pubblico, che ignora le ipocrisie della critica e non sa fare in arte tanta distinzione del mio e del tuo, preferisce senza complimenti ciò che sprezzantemente noi usiamo chiamare l’effetto scenico dei lavori francesi (preciso come la volpe chiamava agresto l’uva matura a cui non poteva arrivare); e non si preoccupa affatto della morale, della storia e di cento altre simili belle cose, ma fa coda alla porta del teatro per rivedere Margherita Gautier che ha vista e rivista da quasi trent’anni; e a petto delle nostre mummie la trova scandalosamente ringiovanita, e torna a piangere sulla sorte di lei, come so non si trattasse d’una mantenuta e di peggio!
Oh! su questo punto io sono col pubblico.
25 Gennaio 1877.