C’è di già una scienza delle religioni; c’è anche, o dovrebbe esserci una scienza delle letterature. Come non è un accidente che dal feticismo siamo arrivati al cattolicismo (la forma religiosa più perfetta e quindi la più vicina alla corruzione di tutte le forme religiose), così non è un accidente che dall’epopee primitive si sia arrivati al Fausto del Goethe (un capolavoro il più vicino alla corruzione della vera forma poetica). Chi vorrà dire che il poema, la tragedia, la commedia, la lirica, il romanzo siano forme accidentali? Si poteva forse cominciare dall’Assommoir e finire al Mahabarata e all’Iliade? Si poteva forse cominciare dall’Amleto e dall’Otello e finire all’Edipo re ed all’Antigone? Si poteva cominciare dal Tartufo e dal Demi-monde e finire alle Nuvole, alla Lisistrata, ai Cavalieri? Si poteva, infine cominciare dall’Intermezzo, dalla Ginestra e finire agli inni Orfici o alle Olimpiche e agli Epicinicii? No certamente.

In che modo il poema epico è diventato prima tragedia e poi commedia? In che modo le vediamo oggi assolutamente lirica e romanzo? Ecco alcuni dei problemi che la scienza della letteratura si è proposti ed ha sciolti con una precisione di metodo da non invidiar nulla a quello delle scienze naturali. Manca forse un lavoro che, riassumendo questi criteri di metodo e i risultati ottenuti, li faccia apprezzare nel loro valore complessivo anche dai profani della scienza. Si sentirà presto il bisogno di farlo. Si vorrà per lo meno scevrare ciò che oramai è un fatto acquisito, un puro assioma scientifico, da quello che è un’ipotesi in via di diventare una tesi.

Il Trezza meglio d’ogni altro in Italia, potrebbe scrivere oggi un tal libro: anzi in parte l’ha fatto. Il suo lavoro sulla Critica moderna ha solamente il torto di aver circoscritto a poche pagine ciò che riguarda quella che io chiamo la scienza della letteratura. È vero però che quelle poche pagine valgono, per chi sa leggervi, parecchi volumi.

Portare nella storia della letteratura il metodo di osservazione positiva già adoperato per le scienze naturali ed ora anche per lo studio delle religioni, non è un tentativo pericoloso e di semplice analogia. I tre mondi umani della sensazione, del sentimento e della ragione corrispondono ai tre mondi minerale, vegetale ed animale della natura. L’arte, uno di quei tre mondi, non è certo il migliore e il più perfetto.

Il signor Canello si serve spesso felicemente di questi mezzi della critica moderna, ma talvolta ha delle strane esitanze che mettono nelle sue idee quell’incertezza di cui ho parlato sul principio. La forma e l’idea sono per lui la stessa cosa; l’arte, per lui non è l’idea in quanto forma ma quasi l’opposto, la forma in quanto idea. E per questo egli non trova la soluzione del suo problema del classicismo e del romanticismo, il quale poi non ha nessuna ragione di essere un vero problema. Vi è una forma letteraria che raggiunse nell’antichità la sua perfezione assoluta (il poema); un’altra che raggiunse una perfeziono relativa (la tragedia). Vi sono nei tempi moderni, romantici, come il signor Canello e il Trezza direbbero, delle forme che in essi soltanto toccarono la perfezione assoluta (la tragedia, la commedia, la lirica).

Naturalmente queste forme corrispondono precisamente a degli stati particolari dello spirito umano; ma sembrami molto ingiusto, se non affatto erroneo, il dire che oggi lo spirito umano sia decaduto, sia ammalato, sia senilmente imbecillito perchè ha rotto l’equilibrio che produsse il miracolo dell’arte greca.

La supremazia dello spirito umano moderno sta appunto nel suo predominio, nella rottura del limite di quell’equilibrio; e se l’arte ne ha sofferto, peggio per l’arte: era questo il suo destino.

Applicando tali idee all’altro lavoro del signor Canello intorno allo favole, Fablieaux e fiabe su Renardo ed Isengrino, molte osservazioni di lui sulla forma della favola e dei fablieaux si modificherebbero. Per esempio, si vedrebbe che l’esser la favola brevissima fra i greci, di larghe proporzioni nel medio-evo e corta di bel nuovo nell’età moderna non proviene soltanto dalla maggiore o minor civiltà. C’è anche lì una questione di forma puramente letteraria e il Canello l’ha sorvolata.

Un giudice competentissimo, il Trezza, parlando dello studio su Goethe che chiude il presente volume, ha detto: è uno dei più completi e si legge fruttuosamente anche dopo la stupenda monografia del Levy. Questo elogio è meritato.

Certamente parecchie idee sul teatro del Goethe e sul Fausto non possono accettarsi senza benefizio d’inventario. Predomina nel giudizio dell’autore, specie quando parla del Goethe di Berlichingen, del Tasso e dell’Ifigenia, quello stesso criterio che gli fa riguardare l’opera d’arte più come concetto che come forma.