Sono degli studii di soggetto diverso (letteratura generale, letterature neo-latine, letteratura tedesca) tutti seriamente pensati ed accuratamente scritti. Li precede una dedica che è un vero programma: Ad A. E. Lessing e a G. Gervinus morti, questo volume che mira a tener vive le loro idee. Mi rallegro coll’autore perché ha avuto il coraggio d’affrontare a viso aperto l’accusa, ora di moda, di germanizzare.
Servirsi del gran patrimonio di studî, di osservazioni, di confronti, di resultati che ha ricevuto, è vero, più specialmente in Germania un incremento straordinario, ma che, diventato ormai la scienza moderna senza particolare nazionalità, è tedesco quanto è italiano, francese ed inglese; ecco quello che oggi suol venir chiamato con aria di scherno: germanismo. È un’accusa che fa onore. Certamente tale immenso patrimonio non può affatto trovarsi alla mano di tutti. Senza una preparazione che costa fatica, molti dei suoi scopi, dei suoi metodi e delle sue illazioni non solo non possono venir intesi, ma (quel che è peggio) debbono facilmente venir fraintesi. Infatti i positivisti volgari li veggono avvolti da una fitta nuvola di trascendentalismo che loro non garba. Invece la nuvola non esiste, e il difetto sta tutto nella miopia di chi pretende vederci bene senza provvedersi di occhiali. È giusto avvertire che questi scritti del signor Canello non sono pei miopi: l’autore pensa e fa pensare.
Il volume comincia con un largo studio sul Classicismo e sul Romanticismo. Il concetto dell’autore in brevi parole è il seguente: L’arte è la rappresentazione dell’ideale, del meglio, del bello, tre vocaboli che pel signor Canello hanno lo stesso significato. L’arte classica e la romantica hanno cercato tutte e due di presentare il meglio; l’arte classica però ha dipinto l’ideale delle età civili, l’armonia tra il fatto e il pensiero; l’arte romantica ha dipinto quello delle giovanili e senili che si somigliano, lo squilibrio tra il fatto e il pensiero. L’arte classica dunque rimane superiore alla romantica. A dimostrare questo suo concetto l’autore percorre a volo la storia universale delle lettere e ne tratteggia i periodi che gli sembrano più appropriati al suo scopo.
L’autore dice: «Mi terrò lontano da ogni spirito di parte; e per giudicare con maggior sicurezza dei moderni, risalirò la montagna dei secoli, e cercherò d’invasarmi del buon gusto antico; e per giudicare l’arte antica mi porrò nella gran luce della critica moderna.»
Questo studio si legge con piacere e con frutto.
L’autore ha una cultura seria, non ripete cose altrui, ma presenta quasi sempre delle osservazioni, dei raffronti nuovi, arditi, giudiziosissimi; però, in quanto alla sua tesi, mi pare lasci il tempo che aveva trovato. La chiarezza, la precisione dei particolari non giovano a renderci chiaro e preciso il suo concetto principale. Anche rileggendo non si arriva ad afferrare un’idea netta di quelle due benedettissime parole classicismo e romanticismo, e si finisce col dubitare che non siano, invece di due idee, due vocaboli vuoti.
A questa indeterminatezza contribuisce, secondo il mio modo di vedere, il concetto troppo vasto, e quindi un po’ astratto, che il signor Canello ha dell’arte. Per lui, la ragione ultima d’ogni progresso e d’ogni civiltà è la tendenza al meglio; disconoscere questa tendenza o errare nel soddisfarla, è barbarie; bisogna ch’essa venga coltivata e ben corretta: ecco l’ufficio civile dell’arte: «l’arte sola riesce a rappresentare con evidenza questo meglio e a proporlo alla laboriosa umanità come meta sicura.» Alla pittura e alla scultura il meglio della forma, alla musica il meglio dei sentimenti, alla poesia il meglio dei fatti: o per dirla alla darwiniana, alla pittura lo scopo di aiutare la specie umana nella scelta sessuale; alla poesia quella di aiutarla nella scelta naturale, i due massimi fattori, nell’opinione del Darwin, dell’evoluzione animale verso il meglio. Sono press’a poco le precise parole dell’autore.
Il signor Canello ha dimenticato soltanto una cosa, che arte innanzi tutto vuol dire forma, e che farne la storia dovrebbe significare principalmente fare la storia della forma. L’arte così riguardata riman sempre, in un certo modo, la storia dello spirito umano, ma dello spirito umano in quanto forma artistica che è una cosa molto diversa.
La forma non è un accidente, è una necessità creativa. La sua evoluzione somiglia su per giù a quella che si riscontra nella creazione delle forme naturali, e deve perciò studiarsi cogli stessi metodi delle scienze naturali. Non si avrà per questo studio il microscopio perfezionato dal Ross, ma si avrà quello dello stesso pensiero umano, della riflessione, che saputo adoperare può valere di più.
Le forme si sieguono ma non si rassomigliano, e sopratutto poi non si ripetono. Le diverse letterature costituiscono infatti un gran museo. Anche in esse vi sono dei lepidodendron, dei megalosauri, mastodonti, dei mesopitechi che non rivivranno: e vi sono delle specie che si riproducono per una mera accidentalità generativa, oltrepassate nel loro sviluppo da specie superiori che costituiscono la viva realtà della forma e paiono, agli occhi dell’osservatore superficiale, una negazione di quelle. Anche nella letteratura ogni specie, cioè ogni forma, oltre alla ragione generale, ha le sue particolari che si rivelano nelle ramificazioni di forme e di sottoforme, precisamente come accade nella flora e nella fauna: al pari nella creazione naturale, una forma minore si perde in un’altra superiore e cessa confondendosi in questa o, per dir meglio, diventando questa.