«Mathilde. Vous, vous trompez, monsieur, vous prenez le chapeau de mon père.
»Jean (avec fierté). Je l’aurais rapporté, mademoiselle.»
Scapino-Jean Giraud non si perdo d’animo. Riapparirà sul teatro in un campo più modesto, con ambizioni più limitate, più possibili; ma sempre col suo sogno di penetrare nel paradiso terrestre dell’aristocrazia. Gli sembra impossibile che l’angelo custode d’esso non debba lasciarsi corrompere dalle pile d’oro dei suoi pezzi di 100 franchi e da una manata di biglietti da mille, che son più comodi e valgon lo stesso. Si farà dunque notaio, si chiamerà Maître Guerin, e non penserà per sè, ma per suo figlio. Questi è un semplice ufficiale di linea; vorrà farne un barone di Valteneuse. Quanta finezza, quanta tattica, quanto spirito in questo suo lento intrigo! Maître Guérin ha proprio perduto il senso morale: è perverso. E prima di esserlo con gli estranei comincia dalla famiglia. La povera sua moglie, un angelo di bontà, vien da lui trattata come vera schiava. Ella trema al suo cospetto, non sa dire una parola; ubbidisce, sopporta piangendo i disprezzi, gli insulti, i sarcasmi, ma piange in segreto.
Solo, dominatore, con elementi che paion docili ai suoi disegni, Maître Guérin si crede finalmente sicuro della sua vittoria. Ed ecco che, sul meglio, tutto il suo edificio va giù. Nè sono gli estranei che rifiutano i suoi beneficî, i suoi guadagni, ma (quel che è più tristo) lo stesso suo figlio! Il senso morale prende ancora una rivincita, non l’ultima forse, contro l’avidità, contro la mala fede, contro tutto quel viluppo di bassezza, di tradimento, di menzogna e d’infamia che formano il carattere d’un affarista. La povera schiava, l’umile moglie rizza anch’essa dignitosamente la fronte, umiliata per tant’anni, e lascia insieme al figlio la casa del suo tiranno...
Il colpo è forte, ma dà la sua lezione. Scapino-Maître Guérin non è uomo da non approfittarne. — La famiglia? Ecco un impaccio! — Nella sua nuova incarnazione non avrà famiglia... avrà une maîtresse, che giocherà con lui alla borsa e vincerà sempre, anche quand’egli perderà. Il D’Estrigaud della Contagion è l’ultima incarnazione di Scapino. Il personaggio ha fatto una continua epurazione di sè stesso; si è ingentilito, quasi nobilitato; non lo si riconoscerebbe più, a guardarlo di fuori. È un bell’uomo, culto, elegante, di una galanteria squisita; dà l’intonazione alla moda; i suoi motti vengono ripetuti dagli imbecilli che lo copiano in tutto, nel modo d’annodar la cravatta, e nel modo di rovinarsi colle cene alle attrici. Solamente D’Estrigaud la sa lunga, e cava profitto anche dai suoi scialacqui, anche dal lasciarsi tradire dalla sua mantenuta. Però non riesce nemmen lui. Sembra che gli autori drammatici, sdegnosi di veder trionfare i veri Scapini, i veri Mercadet, i veri Giraud, i veri D’Estrigaud sulla scena del mondo, si vogliano dare il gusto di umiliarli, di avvilirli per lo meno sul palco scenico. L’Augier infatti farà rifiutare la mano del D’Estrigaud dalla sua stessa mantenuta, e lo invierà in California con un semplice: bonne chance! della Navarrette.
Il signor De Renzis si contenta di mettere alla porta il suo Armando Armandi, uno di questi tipi di speculatori che fanno gli affari col denaro degli altri. Ma via, non meritava altro questo imbecille! Rimpetto ai suoi colossali predecessori, dei quali ho tracciato un rapido schizzo, che cosa può rappresentare nell’arte una figura così sbiadita?
Il Dio milione! ecco un gran titolo. Ma rimane come un portico greco innanzi a un’osteria di campagna. E possibile che nella nuova Italia non vi siano delle nuove incarnazioni di Scapino da ritrarre, anche dopo l’ultima stupenda incarnazione del D’Estrigaud?
Scapino ministro sarebbe un gran soggetto! Solamente non è facile che lo tratti il De Renzis.
4 Febbraio 1877.