L’arenoso deserto; alzansi all’etera

Le sabbie, ed in ricciute onde s’insieguono

Fra i vortici, le raffiche e le ignite

Reflue correnti, e il reboar del vento,

Che i colli schianta, i piani apre in voragini,

Accieca, intomba i viandanti a mille,

E diserta il deserto.

Questi tratti non sono rari nel Vigo, e se la ristrettezza dello spazio non me lo impedisse citerei quel brano smagliante di luce che descrive il viaggio della regina Costanza in Sicilia (A Giovanni Procida, carme). Ma egli sdegnava troppo i lenocini della forma; li chiamava meschine concessioni all’effeminatezza del secolo. Voleva la poesia tutta piena di fatti, di pensieri; e quanto più nudi, secondo lui, tanto meglio. Non amava l’Arte per sè stessa: ma come un mezzo politico. Non è quindi da meravigliarsi se l’arte gli tenne un po’ il broncio.

Il suo volume delle liriche, intanto, benchè non abbia un valore artistico, rimarrà senza dubbio un vero documento di storia. Le aspirazioni, i fremiti, i dolori della Sicilia prima del 48 gridano lì da ogni pagina, da ogni strofa, da ogni verso. Il suo Ruggiero, un lavoro di lunga lena, si può dire la glorificazione dell’indipendenza del regno di Sicilia e delle libertà parlamentari della nazione siciliana. «È il ruggito di una gente ferita al petto da un despota, la quale si sforza risorgere per immergergli nel cuore il pugnale con cui la percosse» com’egli dice nella prefazione; un atto politico, insomma, non un’opera d’arte.[3] Un altro atto politico è la Raccolta dei canti popolari siciliani, pubblicata nel 1857.

Io conobbi il Vigo quand’egli curava la stampa della prima edizione di essa. M’ero presentato a lui con un centinaio di canti popolari da me raccolti fra i contadini di Mineo e questo bastò per farmi avere la più festosa accoglienza. Era pieno di entusiasmo. L’idea che quella raccolta avrebbe affermato in Europa la personalità della nazione siciliana con un tesoro di canti dava un’animazione giovanile alla sua severa fisonomia.