— Ma, capisci, — mi disse una volta — Byron era passato per là! Anche vecchia decrepita l’avrei amata lo stesso!

Il Vigo è morto a 80 anni. Era sempre vegeto e vigoroso.

16 Giugno 1879.

IV. EMILIO ZOLA.

I. L’Assommoir.[4]

Il nuovo romanzo d’Emilio Zola in men di due mesi è già alla sedicesima edizione.

Nel Ventre de Paris egli ci aveva messi in contatto col basso mondo della società parigina. Ortolani, fruttaiuoli, pescivendoli, pollaiuoli, pizzicagnoli, ispettori dei Mercati, quanti insomma lavorano da mattina a sera per colmare l’immenso, insaziabile ventre della grande città, e a sorvegliare e regolare l’approvigionamento dei viveri; tutti v’eran dipinti con una potenza di colorito tizianesco che non rendeva soltanto l’immagine delle persone e degli oggetti, ma dava perfino la sensazione degli odori. C’eravamo quasi sentiti soffocare dalle esalazioni degli ortaggi ammonticchiati, dal puzzo acre delle scaglie di pesce e dalle emanazioni particolari alle piume di pollo in fermento. Il lezzo dello strutto, il tanfo dei caci, il sito irritante dei salami, quel che di nauseabondo che fa subito impressione entrando in una bottega di pizzicagnolo per pulita che sia, si sprigionava dalle pagine del libro come dalla diretta realtà, e produceva l’effetto di farci sostar dalla lettura per annusarci le mani e per guardare se i vestiti non avessero preso una macchia d’unto.

V’erano delle pagine proprio esalanti un puzzo di verdura marcita; dell’altre ove il puzzo del cacio olandese, del roquefort, del parmigiano, dello chester, del burro di Bretagna e di Normandia si mescolava al rancido dei budini, dei salsicciotti, delle lingue di Strasburgo, dei zamponi, delle cervellate, delle teste di maiale in gelatina, e davano insieme alla testa.

I personaggi non istonavano su questo fondo di una verità così sorprendente. Bottegaie e bottegai grassi, rotondi, dalla pelle untuosa e lucente; pescivendole dall’ardito e pittoresco linguaggio che lanciano il motto sudicio colla stessa facilità con che si danno addosso co’ pugni; bassi impiegati; comari bracone e speculanti per miseria sul ribasso delle carote e delle interiora di pollo; ragazzi viventi come nomadi nell’immenso edificio dei Mercati; e quindi tutto il meschino viluppo di cupidigie, d’invidie, di maldicenze, di passioni quasi animalesche, suscitato e prodotto dal corrotto ambiente ove quei personaggi vivono e agiscono;... ecco il mondo che lo Zola ci aveva aperto col suo Ventre de Paris.

Eppure eravamo in uno strato superiore di quel vasto caos umano che è la capitale della Francia. Nel caffè Labigre, per esempio, ove la sera radunavansi dietro un paravento una dozzina di persone, si beveva tuttavia il mazagran, o il poncino, o la birra. Il Logre, pollaiolo, vi discuteva cogli altri spoliticanti il discorso del trono. La Rosa e la Clemenza erano bensì delle donnettine, ma leggevano i giornali; e la Clemenza dava perfino delle lezioni a una mantenuta che voleva imparar l’ortografia senza farsi scorgere dalla sua cameriera.