Che non si tratti di un’eccezione? Anzi! Le gretterie della signora Vintgras sono proprio sconfinate. Ma benchè eccezionali per l’intensità, i caratteri di questo libro del comunardo francese sono intanto assai comuni per la loro qualità, e non ripugnano punto. Inconsciamente cattivi, inconsciamente malefici, la loro irresponsabilità da bestie non riesce a sdegnarci. Lo stesso Jacques, che pur prova la nausea della sguaiata trivialità da cui vedesi oppresso, lo stesso Jacques è quasi irresponsabile anche lui in questa postuma vendetta dei suoi patimenti di bimbo. L’ambiente arido e freddo dove è nato e cresciuto gli ha lasciato un’impronta nel carattere che sussiste suo malgrado.
Vedetelo all’ultimo. Egli è già grande, si è battuto per difendere il suo babbo ed è rimasto ferito alla gamba. Il babbo neppure in questa occasione sa perdere la sua aria dura, da professore; non gli riesce di intenerirsi rimpetto al figlio per paura di blesser la discipline. «J’ai été pion et il m’en reste dans le sang.» Perciò dice alla moglie di abbracciare il figlio per lui e di dirgli, ma en cachette, ch’egli, il babbo, gli vuol bene. Il figlio, dal suo letto di ferito, sente per caso il dialogo tra il babbo e la mamma. Come è felice di questa rivelazione! Ma nello stesso tempo come lamenta che gli abbiano a restar sempre des trous de mélancolie et des plaies sensibles dans le coeur! Guarito, sul punto di partire per Parigi, sua madre lo abbraccia singhiozzando. Nel preparar la valigia, ella scorge in un calzone uno sdrucio e una macchia di sangue: era il calzone del duello. Quella macchia anderà via? La signora Vingtras vi passa e ripassa la spazzola e un pannolino bagnato. «Tu vois, ça ne s’en va pas... Une autre fois, Jacques mets, au moins, ton vieux pantalon!»
Sono le ultime righe del libro.
E arte? C’è il famoso splendore del vero messo in bocca a Platone dagli estetici di strapazzo? Io vi trovo una forte sovraeccitazione del cuore, un sollevarsi di mille sentimenti confusi insieme, lagrime, sorrisi, ironie, sdegni repressi e, sopratutto, un rilievo, una vita e una ricchezza di particolari evidenti.
Volgarità, grettezza, trivialità comica e grottesca; ridicolo che scaturisce dal fare pesante e impacciato; vita affatto materiale che si dibatte com’impigliata nella stoppa delle più comuni esigenze; afa di animalità che da ogni pagina monta alle nari e soffoca lo spirito col suo sito di selvaggiume; ecco il libro. Nulla di consolante, nulla di nobile, nulla che faccia contrasto...
Sì? Ma quando esso vi ha dato la nausea di tutto questo, quando dalla miseria dello spettacolo che vi ha messo spietatamente sotto gli occhi, vi ha costretto a sollevarli in alto, e vi ha fatto sentire il bisogno d’una boccata d’aria pura?... Ma io già dimenticavo che non sono un... moralista!
12 Agosto 1879.
VI. GIOVANNI PRATI.
I. Armando.[9]
Un’opera d’arte non è un fatto isolato. L’artista ne respira gli elementi nell’atmosfera che lo circonda, e se li assimila da ogni parte ordinariamente a sua insaputa. Qualche volta però essa non risulta da un processo positivo che le communica con precisa esattezza tutti i caratteri delle cose esteriori dai più severi e costanti a’ più frivoli e passeggieri. È un processo negativo quello che le dà vita. L’artista o non si sente soddisfatto o si sente offeso dalla realtà, e tenta rifugiarsi col pensiero in un ideale perfettamente opposto che lo consoli e l’esalti. Quel mondo d’immagini che allora gli scaturisce inaspettatamente nella fantasia alla contemplazione d’una idea appassionata e gentile, non tarda a tradursi luminoso e pieno di vita nella parola o nelle note, nel marmo o nella tela; e da questa potenza di contraddizione vien fuori tal fiata il capolavoro che muta d’un tratto l’ideale del secolo. Tale miracolo accade tutte le volte che l’artista riesce o ad imprimere nella sua opera un carattere d’antitesi eccessivo ma potente, o a reintegrarvi caratteri dell’umana natura, sconvolti e rabbuiati dagli avvenimenti politici e sociali. Nel primo caso l’opera d’arte vive finchè i cuori e gl’intelletti non sentano un bisogno d’equilibrio tra gli eccessi dei due termini di contraddizione; poi rimane un semplice documento di storia e nulla più. Nel secondo invece, poichè i caratteri reintegrati e messi in luce sono i più intimi, anzi gl’immutabili dell’umana natura, potrà forse subire momentanei oscuramenti di culto e di fama, ma vivrà eterna cogli eterni elementi dai quali essa è composta.[10]