L’Armando del Prati è un lavoro d’antitesi. Mentre il pensiero italiano si versa con foga smaniosa fuori di sè, impegnandosi in una lotta con le cose materiali la quale per poco non gli fa dimenticare quanto non sia cifra o moneta sonante, ecco il poeta che tenta trasportarlo nelle più pure e più elevate sfere dell’intelligenza, e rapirlo lungi dalla vista d’ogni oggetto materiale ed estraneo a sè stesso. Il termine contradditorio ch’egli presenta non è, per dire il vero, di perfetta relazione, cioè non abbraccia esattamente l’estensione dell’opposto. Quel breve angolo del pensiero da lui voluto illuminare colla luce dell’arte, sorpreso per di più in un momento morboso, rende circoscritta l’azione e l’influenza del suo lavoro. Ma questo non ne muta il carattere e non ne altera la fisonomia. Se l’antitesi non vi è perfetta, non occorreva del rimanente che vi fosse tale. Sta a vedersi s’egli ha côlto in uno spazio così ristretto gli elementi più intimi e più costanti dell’umana natura, o se invece ha dato alla sua opera una vitalità affatto effimera che lasceralla ben presto un corpo inerte.

Da qualche tempo in qua il pensiero del Prati ama rivelarsi con creazioni alle quali la fantasia cerca di dare fibre, nervi e sangue, insomma vita propria e distinta. Questa seconda fase o maniera, più che dalla costituzione del suo ingegno, sembra venire da impulsi esteriori che gli facciano violenza. Pur troppo l’ingegno non è sempre libero nella scelta di una forma letteraria. E quando il gusto e lo stato morale della nazione gliene impongono una che repugna affatto alla sua natura, esso perde metà del proprio vigore, della propria efficacia e s’intristisce come un fiore sotto cielo inclemente. Qualche volta, è vero, la tempra molto rubusta gli permette non solamente di resistere a questa specie di soverchieria morale, ma di farla subire invece di subirla; però, di solito, la vittoria rimane al gusto predominante e alla moda.

Convien rammentarselo: la natura dell’ingegno del Prati è lirica per eccellenza.

Chi non fu affascinato dai primi canti di questa anima armoniosa che sapeva rendere così bene lo stato vago ed incerto del nostro spirito, e appagarne i bisogni? La fortunata coincidenza di un’organizzazione prepotentemente lirica con lo stato morale della sua nazione fu senza dubbio la cagione principale della voga grandissima del Prati.

Lo stato morale del popolo italiano di un ventennio fa non era un sincero prodotto dell’indole nazionale; infatti mutò. Gli entusiasmi mistici, generosi, fervidissimi furono un esercizio preparatorio all’eroica e gigantesca azione che dovevamo tentare. Quando il momento suonò, il nostro spirito discese parecchi gradini di quella sublimità ideale a cui si era elevato, accostossi maggiormente alla terra, divenne più attivo, più pratico; e l’arte che nota tutte le minime variazioni dello spirito sentì la necessità di conformarsi allo nuove esigenze. Ma vuoi che non fossero intieramente scancellate le vestigia del primo ideale, vuoi che non sia corso il tempo necessario per prendere francamente l’abitudine del nuovo, il resultato non ha ancora corrisposto alla moltiplicità degli sforzi.

L’acutissimo sentimento artistico, che nessuno saprebbe negare al Prati senza taccia d’assurdo, non poteva tenergli nascosta questa tendenza del concetto poetico verso una più solida manifestazione; doveva anzi facilmente tentarlo a provarvisi. Ed ecco come son nate le tre figure che la sua Musa ha cantate l’una dopo l’altra, cioè: il Rodolfo, l’Ariberto e l’Armando. Nulla impediva che le validissime forze dalle quali veniva sostenuto nell’impeto lirico si piegassero a reggerlo nella nuova palestra (dico nuova senz’ombra d’offesa per l’Edmenegarda). Nulla impediva che ciò avvenisse; ma però non avvenne. Il Prati non potè spogliare completamente l’uomo vecchio; non potè vincere e soggiogare il suo carattere lirico. Non già ch’egli non sia riuscito a salire anche nel genere narrativo ad un’altezza da tener facilmente il primo posto o uno dei primi nella nostra letteratura contemporanea. Ma il rimanere a gran distanza dalla perfezione ha nociuto in qualche modo alla sua fama di poeta, ed ha contribuito a rompere qualcuno di quegli anelli che facevan passare, come elettrica corrente, il pensiero dell’artista nella mente del pubblico.

Il suo processo creativo in questo genere poetico riman sempre incompleto. La figura dei personaggi da principio si presenta con nettezza e con vigore che illudono. Sembra che il sangue scorra davvero sotto quelle carni rosee; che quei muscoli tesi diano forza e movimento ad un corpo ridondante di giovinezza e di vita. Ma a poco a poco la figura si trasforma, perde consistenza e nettezza, e diventa così trasparente da farci scorgere sotto la sua falsa veste la persona del poeta. Allora tutto è finito. Accadrà che procedendo nella lettura il fenomeno si rinnovi; che, come la prima volta, un’ispirazione potente arrivi ad infondere un altro alito di vita in quel fantasma dileguatocisi così prestamente d’innanzi. Però la nuova impressione riesce inefficace per colpa del primo disinganno. L’andamento del lavoro, da lì a non molto, fa ragione alla diffidenza del lettore.

Il Rodolfo ha due o tre scene di questo genere. La passione vi scoppia arditamente violenta. Nel personaggio non sentesi soltanto l’impeto della fantasia, ma la foga della carne con tutte le incoerenze e la logica degli affetti veri. A un tratto la corrente si arresta: un gelido soffio ci trasporta dalla viva realtà nelle fantastiche regioni d’un ideale importuno. Nè solamente il personaggio, ma persino quanto lo circonda diventa vago, sfumato. E appena si accheta il celere palpito che ci s’era destato nel cuore, proviamo la tentazione di deporre il libro e lasciar solo il poeta nella sua corsa lontana.

L’Ariberto, come orditura, è lavoro più vasto; ma come verità e come sentimento rimane anche indietro dal Rodolfo, in onta della lucida vernice di realtà apprestata dai fatti e dalle passioni politiche del 1859 innestativi dentro. Questa volta l’istinto lirico ha preso la mano al poeta, e l’ha trascinato in una sfera circonfusa di luce, dove le sue figure s’agitano senza posa, mandando lampi stupendi. Ma l’occhio si stanca presto a fissarle, poco secondato dal cuore che s’inchina alle cose troppo ideali, ma le ama di rado.

Che sarà dunque di quest’Armando il quale vive unicamente di pensiero?