«Per una moltiplicità di cagioni (avverte il poeta) inerenti all’indole umana ed esistenti nel mondo esterno, parecchie nature, anche forti, a certi tempi e in mezzo a certe condizioni di società, cascano in ozî, in tedî, in sogni, che hanno il carattere di morbi: ai quali se va accoppiato o il ricordo di qualche fiero disinganno patito, o la tendenza della mente alla negazione, o l’abito della fantasia alle tetraggini, questi mali possono avere esiti dolorosi e qualche volta orrende catastrofi.[11]»
Non occorre dire di più perchè si presenti alla memoria del lettore una delle più straordinarie creazioni dell’arte, l’Amleto dello Shakespeare.
Armando, come il giovine principe di Danimarca, è un’anima gentile, una fantasia appassionata. Vissuto fino a un certo tempo nella più completa felicità, tutto intento ai più nobili esercizî della mente e del corpo, eccolo di repente sotto il peso d’un terribile disinganno che gli avvelena le pure sorgenti della vita e lo lancia in un caos d’immagini e di sogni, su cui si riflette di quando in quando la luce sinistra del suo doloroso ricordo. La tempra di lui è assai più delicata di quella d’Amleto. Gli è stato sufficiente amare ed essere ingannato, e il morbo d’Amleto gli si è trasfuso rapidamente fin nel midollo delle ossa. Ed eccolo errante da un capo all’altro dell’Italia, solo, chiuso nel suo dolore, beffardo, irrequieto, stanco di vivere e indeciso di troncare il debole filo che l’attacca all’esistenza. Però il suo male non sembra ancora ridotto incurabile. «A questi morbi dell’intelletto e dell’anima son preparati i naturali rimedî delle varie operosità e necessità della vita comune; ma altri e più potenti risiedono nell’ordine della religione e in quello della scienza. Per il più piccolo poi e più delicato numero di questi infermi, i farmachi dotati di maggior virtù sono riposti nella grandezza dell’amore e nella gloria dell’arte.[12]»
E l’arte e l’amore tenteran di salvarlo. Per un momento le nebbie della sua mente parranno messe in fuga dalla bellezza e dall’affetto dell’angelica Arbella. È una tregua fallace! Il disquilibrio avvenuto in lui tra il pensiero e l’azione è proprio immenso. Quel suo fuoco divoratore ha bisogno di larga, di continua preda, e non s’arresterà prima d’aver tutto consunto. Già l’intelletto d’Armando non obbedisce più ad alcun freno nei suoi movimenti; gira, gira senza posa, come una ruota furibonda. Un turbine di strane immagini gli pullula nella fantasia con tutta la schiettezza della realtà. Il passato, il presente gli si confondono nella memoria con stravagante miscuglio. E l’azione di questo stato morboso sarà così energica, ch’egli non giungerà più a guarirne per intero. Dato che il potesse, il destino glielo impedirà con una delle sue misteriose ed atroci vendette. Armando infatti capirà finalmente che la medicina, le benigne influenze dei luoghi, le distrazioni dello studio, non solo non varranno a liberarlo dalla sua ossessione, ma neanche ad apprestargli un lieve conforto; e che solo l’affetto dell’Arbella potrebbe recargli, se non il completo oblio, un qualche balsamico refrigerio. Ma neppur questo affetto si troverà così forte e previdente da difenderlo dalle «maligne insidie del Caso, il quale non par del tutto straniero agli andamenti e, talvolta, anco alle conclusioni della nostra vita.[13]» Il giorno che dovrebb’essere l’inizio d’un men faticoso e men torbido procedere della sua sorte, quel giorno sarà il principio del suo eterno riposo.
Il Prati ha profuso in questo poema tutta la magica potenza del suo colorito. In nessuna delle sue opere lo stile del poeta s’è forse innalzato a tanta elevatezza (fatta un’eccezione pei larghi brani di prosa che si è piaciuto incastrarvi).
Il lettore non s’aspetti citazioni; si ridurrebbero inutili non potendo esser lunghe. Il poema è lì, stampato in così elegante edizione che, se il nome dell’autore non bastasse (come basta di certo), saprebbe vincere con essa la ritrosia del più schivo. L’apra dunque volentieri e si persuada da sè.
Ma lo stile, per eccellente che sia, riman sempre una parte quasi accessoria nella tela d’un poema; sicchè io ripeto qui la mia timorosa interrogazione: che sarà di quest’Armando, il quale vive tutto di pensiero? Il poeta ci ha già avvertiti:
Non ti narro, o lettor, drammi o romanzi
Contessuti di casi e di vicende,
Fila volanti per diverso ordito