A formar tela di commedia o pianto.
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Ti narro un tristo sognator: ti narro
Il suo tetro fastidio; e se talvolta
Cosa mormora in lui che ti somigli
Non mi chieder di più.
L’Armando è lo studio d’una infermità della nostra mente. Ha colto il poeta in questo studio i caratteri della verità? E, còltili, è riuscito a manifestarli secondo le leggi che distinguono la verità pura dalla verità dell’arte?
Il quesito si racchiude intieramente qui: convien provarsi a risolverlo.
Per la natura della malattia, che ha voluto descrivere, il poeta era liberissimo di sceglierne i sintomi più bizzarri e più fuori dell’ordinario senza temere da questo punto un rimprovero fondato. Egli s’è servito di tale libertà colla maggiore larghezza possibile. Il modo come si sviluppa la pazzia d’Armando, se si trattasse d’un caso reale, sarebbe forse nuovo nella cronaca della scienza; ma non può dirsi inverisimile. Per un istante sembra che l’influenza d’un sentimento soave o benefico sia riuscito a spegnere nel suo pensiero i tetri fantasmi del passato. La dolcezza dell’inattesa commozione gli agisce anche sul fisico, ed il sonno scende a ristorarlo lungo e profondo come da gran tempo più non faceva. È durante il sonno, che il male latente riprende il suo corso, reagisce contro la nuova impressione e coglie una facile vittoria. Armando destasi matto.