Ripeto che come fenomeno patologico non trovo nulla da ridire contro l’invenzione del poeta. Egli ci fa assistere soltanto poche ore al disordine mentale del suo protagonista. Ma il sogno-allucinazione d’Armando non ha il carattere patologico proprio di questo genere di morbo. È troppo coerente, troppo regolare, troppo assennato, e lascia intravvedere l’intenzione del poeta di mettervi un senso pieno di arcani, qualcosa d’allegorico, di mistico, di grandioso che, contenendo la quintessenza di tutti gli elementi accumulati dagli studi e dai casi della vita nel pensiero del suo eroe, accennasse alla soluzione d’un grave problema e facesse pensare. Questo scorgesi dall’impiego delle personificazioni, figure rettoriche, che, per la loro astrattezza, non si presentano mai nè ai sognanti, nè ai matti. L’artifizio è assai palese da non produrre cattive conseguenze. Infatti dispiace il vedere che il poeta abbia dato ad imprestito le sue fantasmagorie al cervello ammalato d’Armando, o meglio ch’abbia sostituito la propria all’individualità del suo eroe. Manca, in tutto quel viluppo di figure e di casi il vero carattere del sogno, e dell’allucinazione reale. Nessuna leggerezza, nessuna vaporosità nelle figure, nessun’indecisione, nessun’ombra nel fondo del quadro; nessun’esaltazione nervosa nel movimento dell’insieme. Qui la poesia doveva essere tutt’una colla scienza per riuscire efficace, commovente, sublime. Occorreva il coraggio di sacrificare qualunque più splendida fantasia, per non togliere alla narrazione tre quarti d’interesse e di pregio come verità e com’arte; occorreva che il poeta non si lasciasse indurre, per iscopo di varietà, a vestire d’una forma grave e strascicante un concetto, pel quale bisognava quell’impalpabilità (mi si permetta la parola) ch’egli sa spesse volte comunicare al suo stile. La prosa del Prati non mostra nel dialogo, la snellezza e la vigoria del suo verso; e tal disaccordo tra il concetto e la forma contribuisce certamente a rendere più visibile la natura artifiziosa del primo. Nulla di più freddo, di più convenzionale delle personificazioni e delle allegorie, quando non velano la propria astrattezza sotto una figura vivente. Peggio poi se hanno la disaccortezza di venir fuori fra tali circostanze che sono in perfetta contraddizione colla loro natura. Ma io così m’inoltrerei nella seconda parte del quesito, e mi rimane ancora da osservare qualch’altro punto nello sviluppo del concetto.

Fra i principali caratteri della lipemania, la scienza nota l’irresistibile tendenza al suicidio. Armando non è sottratto dal poeta a questa tristissima inclinazione; il disgusto della vita ve lo conduce gradatamente. Dapprima ei non pensa d’attentare ai suoi giorni, ma non pensa a difenderli nemmeno da un evidente pericolo. Una sera, mentre giace solitario in una vallata delle Alpi, gli esce incontro un enorme lupo che si ferma mugolando a poca distanza da lui. Armando non porta la mano alle sue armi, nè si leva da terra. Chiusi gli occhi,

Senza mutar di polso e di respiro,

sta ad attendere immobilmente quel che avverrà. Il lupo gli s’accosta, gli fa sentire il suo alito ed il fiuto, poi torna a imboscarsi. «Prendi il saluto d’un immortale!» esclama beffardo Armando rivolto al sole che tramonta.

Era tutto in lui morto? Anco l’istinto,

Il terribile istinto, onde l’amico

All’amico aggrappandosi lo tira

Giù nell’abisso? o naufraghi sull’onde

Si guerreggian da belve il figlio e il padre

Il fratello e il fratel, se la ghermita