Il Michelet è uno dei pochi francesi che abbiano amato l’Italia con affetto profondo. Potremmo anzi dire che ci appartiene. Parlando d’essa egli scrive nel suo giornale: «cette seconde mère et nourrice, qui, jeune, m’allaita de Virgile, et, mûr, me nourrit de Vico, puissants cordiaux qui tant de fois ont renouvelé mon coeur». Lasciarsi sfuggire l’occasione di ricordarsi di lui ora che è venuto fuori il primo volume delle sue cose inedite sarebbe per noi italiani una vera ingratitudine. Inoltre il Michelet è di quegli scrittori estremamente simpatici, dei quali si parla e si sente parlar volentieri. Più che un pensatore è un uomo di cuore; più che uno storico o uno scienziato, è un mistico, un poeta, un allucinato, come ho detto più su, ma anche un divinatore; uno di quegli uomini insomma che ritengono meno degli altri le caratteristiche più spiccate della propria razza e parlano un linguaggio che qualche volta può parere od essere strano, ma che è sentito da tutti, perfino quando non viene ben compreso da tutti.

Magro, debole, di piccola statura, con una testa sviluppatissima, dove contrastavano la bianchezza della sua precoce canizie e il vivo lampo degli occhi, il suo corpo pareva fatto a posta per lasciare allo spirito piena libertà d’azione. Infatti la sua vita fu tutta intera uno studio. Egli lavorava assiduamente dallo sei del mattino fino al mezzogiorno. Consacrava il dopopranzo a qualche passeggiata e allo relazioni amichevoli: andava a letto alle dieci. D’abitudini regolatissime, soffriva a veder mutati, anche soltanto di posto, gli oggetti che lo circondavano nella sua stanza da lavoro. Il panno del tavolino da scrivere, il portafogli di cartone non poterono venir rinnovati benchè sudici e laceri. Innamorato di quel suo vivere laborioso, non si lasciò nemmen tentare dagli abbaglianti splendori della vita politica. Chiuso in sè stesso, circondato da un’atmosfera di raccoglimento claustrale, egli seppe così riuscire a mantenersi giovane di spirito e di cuore fino a settantasei anni, benchè non avesse mai gustato nessuna delle gioie proprie dell’infanzia e della giovinezza.

Nacque a Parigi il 21 agosto del 1789 nel coro d’un’antica chiesa dov’era installata la stamperia di suo padre, e provò sin dai primi anni le strettezze della miseria. Quando il suo corpicino aveva bisogno d’aria, di luce e di movimento, egli fu costretto a passar le ore della giornata inchiodato innanzi una cassa di caratteri tipografici occupato a comporre. Però questo lavoro manuale gli lasciava libera l’immaginazione, gli permetteva di viaggiare nel gran paese dell’ignoto; ed è lì che cominciarono inconsapevolmente a svilupparsi tutte le facoltà che poi servirono a quelle resurrezioni storiche, a quelle meraviglioso ricostruzioni del passato vera gloria del futuro scrittore della Storia di Francia.

Il Michelet rimpianse fino all’ultimo la tristezza di quei giorni. «Mon enfance n’a pas eu de fêtes», egli scrive nel Banquet. «Elle ne s’est jamais épanouie au grand jour dans l’expansion chaleureuse d’une foule sympatique où l’émotion de chacun va s’augmentant, se centuplant de l’émotion de tous, où la jeune âme fleurit sous un rayon bienfaisant. Le vrai soleil de l’homme c’est l’homme!»

Lo scrittore così affettuoso dell’Insecte cominciò ad amare a sette anni uno di quest’innocenti animaletti ch’egli doveva poi celebrare con tanta magia di stile e tanta poesia di sentimenti. Un ragno scendeva tutt’i giorni dallo spiraglio della cappella dov’egli lavorava e dondolavasi appeso al suo filo d’argento quasi amasse cullarsi al tepore d’un raggio di sole. Il piccolo operaio aspettava con ansietà la comparsa del compagno della sua solitudine e ne seguiva coll’occhio i movimenti, senza interrompere il lavoro. Quell’insetto sospeso per aria che scendeva e montava con celerità meravigliosa, divorando e rivomitando il filo a cui stava attaccato, gli serviva di pretesto per slanciarsi coll’immaginazione fuori di quella grigia tristezza della cappella che non dimenticherà mai più. «Singulier effet moral de la misère de ces temps monotones... je n’ai aucun souvenir qu’il ait fait beau un seul jour, ni que le soleil se soit levé brillant une seule fois» scriveva nel 1874, dopo sessantaquattr’anni!

Dai sette ai quindici anni il Michelet non aveva appreso che un po’ di latino da un vecchio maestro di scuola ridotto a far lo stampatore. Quando i suoi parenti, rassegnandosi a tutte le privazioni, lo fecero entrare nel collegio Carlomagno, egli non sapeva nè leggere il greco, nè scandere un verso di Ovidio. Ma aveva letto l’Imitazione di Cristo, e ne aveva ricevuto una straordinaria impressione. Educato senza nessuna idea religiosa, anzi nemmeno battezzato, egli aveva trovato in quel libro la liberazione della morte, l’altra vita e la speranza. Una voce paterna si era indirizzata al suo cuore. La sua stanza fredda e senza mobili gli era parsa rischiarata da uno splendore misterioso. Non aveva compreso il Cristo, ma aveva sentito Dio. Una nuova rivelazione della vita gli venne fatta più tardi da Virgilio: Quel che vi ha di tenero, di profondamente malinconico, di pensoso nella poesia virgiliana, le lagrimæ rerum, il sentimento quasi profetico di prossimi tempi, «ces larmes fixées, cristallisées en mots incomparables, pleins de passé et d’avenir» che, come quelle di Geremia «sont des formules sacrées qu’ont chantées, pleurées tous les âges» rispondevano talmente a qualche cosa dell’intimo carattere del giovane studente, ch’egli apprese a memoria tutto il Virgilio e non ebbe mai bisogno di rileggerlo più.

Ma nè l’Imitazione, nè Virgilio gli fecero sentire meno le sofferenze delle umiliazioni che la sua povertà gli procurava in collegio. Assai poco gliele alleviò la benevolenza dei suoi maestri Villemain e Leclerc. Timido «effarouché comme un hibou en plein jour», divenne affatto misantropo. Ma un giorno, un giovedì mattina, ch’egli non aveva nè fuoco per iscaldarsi, nè sicurezza di mangiare un boccon di pane la sera, quando pareva che tutto fosse finito per lui, un’energia gli scaturì dal cuore, un sentimento da stoico, com’egli stesso ha notato: e picchiando colla mano screpolata dal freddo sul suo tavolo di quercia (che poi conservò sempre) sentì una forza virile di giovinezza e d’armonia, e iniziò quella sublime lotta drammatica ch’egli ha indi veduta dappertutto, nella storia e nella natura, dentro o fuori di noi.

«La lotta tra la sensibilità e l’energia, dice il D’Haussonville, è l’intera storia morale del Michelet. Questa lotta fu anche inasprita dalle strettezze della sua fanciullezza, dal contrasto fra le delicatezze della sua natura e le scabrosità della sua vita. Egli non ha mai conosciuto la felice unione del riposo morale col benessere, che agevola il dolce sviluppo delle facoltà e l’armonia del carattere coll’ingegno. Non c’è mai stato equilibrio nella sua natura nervosa; e questo disordine interiore che ha fatto soffrire l’uomo, ha esercitato la sua influenza anche sui difetti dello scrittore.»

Entrato ben presto nell’insegnamento, il Michelet se ne fece una specie di apostolato. Amò i giovani, e i giorni più felici della sua vita furono quelli quando partivasi il mattino da casa, e infilava la via Saint-Jacques per andare alla sua cattedra, in giubba e scarpine, senza soprabito, insensibile al freddo e al tramontano, tanto era vivace il suo interno fuoco. Professore al collegio Sainte Barbe, nel 1821, supplente del Guizot nel 1833 alla Faculté des lettres, nel 1838 fu chiamato alla cattedra di storia e di morale nel Collegio di Francia. Qui si trovò innanzi un uditorio scelto, elevato che, insieme agli avvedimenti politici, contribuì a sviluppare una nuova fase del suo carattere; fase acre, battagliera, intollerante, piena d’entusiasmi ciechi per tutto quello che riguardava la grande rivoluzione francese, e d’odii non meno ciechi verso la monarchia e la chiesa.

Dal 1821 al 1848 Michelet aveva già pubblicato le sue grandi opere storiche, l’Histoire romaine, l’Histoire de France, l’Histoire de la Renaissance et de la Réforme e l’Histoire de la Révolution française; dall’ammirazione del medio evo, dall’idea che la chiesa e la monarchia avessero civilizzato la Francia e formato la sua unità e la sua potenza, era passato all’entusiasmo fanatico e partigiano d’ogni atto della rivoluzione francese, fino alla deificazione di Danton, di Saint-Just e di Robespierre, e alla guerra al cristianesimo.