Il carattere dell’uomo s’era inasprito in una solitudine impostagli dalle sue condizioni di famiglia, da un’irragionevole fierezza di conservare quella ch’egli chiamava la sua virginité sauvage, e da profondi dolori, che la morte dei suoi più cari aveva alimentati con crudele frequenza. Aveva sposato la figlia d’una signora d’alta nobiltà legatasi in matrimonio con un attore, dal quale era divorziata per fare un altro matrimonio più conforme al proprio stato. La figlia nata dal matrimonio coll’attore, mal tollerata da una famiglia che arrossiva della sua origine, viveva infelice, avvilita; e ci volle poco perchè ispirasse dapprima pietà, indi amore al giovane Michelet. Egli credette trovar la felicità nell’unione con lei. Ma l’indole assai strana di questa donna contribuì invece a farlo molto soffrire e a segregarlo dalla società. Sopravvenne la morte del nonno, poi quella di sua madre, poi quella d’un amico d’infanzia e finalmente quella di suo padre. Allora la solitudine che lo circondò fu completa; il mezzo con cui egli solamente poteva sfuggire alla desolante realtà, lo studio, servì ad accrescergli la tensione dello spirito e l’agitazione della fantasia e dei sentimenti.

Le sue grandi opere storiche e i libri Les Jésuites, Le Prêtre, La Femme, La Famille furono tutti composti sotto l’influenza di questo stato psicologico. Non era certamente il migliore per assicurare ai lavori di storia la serena imparzialità che ne forma il pregio principale, ma era il più appropriato per quelle qualità di vita e di colorito che faranno di moltissime pagine del Michelet i capolavori del genere.

Il Monod ha giudicato con intelligente libertà il lavoro dello storico. «Egli ha lasciato un’impronta incancellabile in tutti i soggetti trattati da lui. Coloro che se n’occuperanno dopo non potranno ignorare quel che egli ne ha detto; ed è assai raro non abbia illuminato d’uno splendore fiammeggiante alcuni punti oscuri che senza di lui sarebbero rimasti nell’ombra... Egli vede con una potenza straordinaria, ma non vede tutto, nè vede sempre giusto... Lo spirito di ciascuna epoca di cui egli s’occupava, riviveva in lui con uno slancio di passione irresistibile... Ma non ci può servir di guida; convien sempre riscontrarlo, rettificarlo, spessissimo contraddirlo... Lo si ammira, lo si ascolta ora con benevola emozione, ora con avida e qualche volta indiscreta curiosità: ma non gli si può mettere in mano la direzione del proprio giudizio e della propria intelligenza.» E il Monod è forse indulgente. La critica e il metodo positivo rovesceranno per intero l’edificio storico del Michelet; rimarranno però i frammenti puramente letterari. Il Taine ha già annientato la Histoire de la Révolution, ma la presa della Bastiglia e la festa della federazione sono delle pagine immortali che avran sempre dei lettori.

Io, più che lo storico, amo il Michelet autore delle ibride opere di scienza e d’immaginazione intitolate L’Oiseau, L’Insecte, La Mère, La Montagne, L’Amour.

In esse mi sento in diretta comunicazione coll’uomo. La corda della sua sensibilità vibra più forte. La ricchezza della sua fantasia si spande attorno con rigoglio orientale. Ogni capitolo, ogni pagina, spesso ogni periodo è un’orgia di filosofia, di psicologia, di poesia, di sentimentalità, d’ingenuità infantili mescolate sproporzionatamente, che commuovono, eccitano, esaltano come una bevanda esilarante.

Già si vede benissimo in essi come qualcosa di nuovo sia avvenuto nella vita dello scrittore. La sua tenerezza per tutto ciò ch’è debole, il suo entusiasmo per tutto ciò che vive, la sua religione per tutte lo creature che amano (uomo, donna, uccello, insetto, pianta), mostrano con evidenza che un influsso benefico e gentile fa sentire la sua efficacia sopra il suo animo amareggiato. Infatti, dopo i tristi giorni del 1847, quando gli venne chiusa la porta del Collegio di Francia per le sue focose lezioni più da tribuno che da storico, egli aveva trovato colei che fu la compagna fedele ed amorosa degli ultimi venticinque anni della sua vita. Uguale intimità di cuore e di spirito raramente potè esser vista. Quei libri citati più su sono sbocciati come tanti fiori sotto i benigni raggi di questa felicità domestica che nemmeno la miseria poteva turbare. Infatti la ricompensarono bene. L’Oiseau fruttò ai due autori 19,750 franchi; L’Insecte L. 18,000; La Mère 25,000 e altrettanti La Montagne. Ed ho detto due autori perchè uno scandaloso processo ci ha svelato il mistero d’una collaborazione che sarebbe stato bene fosse rimasta più sospettata e indovinata, che saputa con certezza.

Fino agli ultimi anni della sua vita, in mezzo alle delusioni d’ogni sorta, alle smentite che la inesorabile realtà diede ad ogni passo a tutti i suoi sogni umanitari, il Michelet conservò intatta la sua fede nella giustizia, nella libertà, in Dio e nella immortalità dell’anima. Il raziocinio non entrava per nulla in queste sue convinzioni; il sentimento era tutto. Le contraddizioni non lo imbrogliavano; un soffio possente lo alzava in alto e gli faceva sfuggire la loro brutale azione.

Il Banquet è uno dei lavori dove questi sentimenti del Michelet si manifestano con un’ingenuità colossale e con una sublimità che un po’ tocca il grottesco.

Costretto da una grave malattia a cercare un cielo più clemente, egli lasciò la sua solitudine dei dintorni di Nantes e venne in Italia in un’altra solitudine della Liguria a due leghe da Genova, a Nervi. La sua salute era così distrutta ch’egli non poteva digerire più di due soldi di latte al giorno. Questo digiuno forzato gli dà una specie di allucinazione; egli scorge la fame dappertutto. A Nervi i montoni gli appaiono così magri ch’egli crede non s’osi tosarli per paura di farli vedere in pelle e ossa. «A chaque veille de dimanche, religieusement deux ou trois boeufs nains de taille, noirs de robe, au regard vif, viennent aux deux boucheries du village témoigner de la sobre et spiritualiste nourriture qu’ils ont eue dans la montagne. Les intelligents animaux, élevés aux déserts des Doria, des Spinola (les nobles seuls ont des troupeaux), n’ont jamais alourdi leur existence d’un rassesiement complet: ils vivent et meurent ayant faim.»

E scrive la Filosofia del digiuno (capitolo VI), e parla del gran profeta Rabelais, il creatore di Gargantua; e rimpetto a quelle montagne chauves qui ne demandent qu’à redevenir fertiles, subisce la visione della meravigliosa fecondità del seno del mare; di quei banchi di aringhe e di sardine che vogano come dune in movimento, secondo la frase dei fiamminghi, e riempiscono di viventi atomi gelatinosi e di animali microscopici i vasti paraggi dell’oceano.