Il libro è proprio un’antitesi del gran digiuno dell’autore. Egli che non può mangiare vorrebbe convitar tutti i popoli al gran Banchetto, all’agape universale della conciliazione e della riconciliazione. Sarà un banchetto spirituale, ma anche materiale; i popoli verranno a saziare la loro fame di virtù, di ideale, di sacrifizio, e la terra apparterrà all’operaio, al lavoratore, come la Rivoluzione ha proclamato. Pare incredibile che l’atto pratico lo faccia esitare e lo arresti un qualche poco. Saint-Simon e Fourier si incaricheranno del banquet matérialiste; ma chi penserà a quello dello spirito? Chi scriverà i piccoli libri popolari? Chi organizzerà le feste popolari? Invano Béranger gli disse un giorno: «Lasciate fare al popolo: troverà la sua strada. Convien che crei da sè la sua nuova politica. I suoi libri, i suoi canti l’improvviserà; nessuno sarà bono di farli per lui.» — Il cuore del Michelet non fu pago di questa risposta. Il popolo affamato non avrà mai vigor di pensiero, freschezza di spirito: e poi, quando avrà il tempo di far qualche cosa? Il tempo gli manca. «Des fêtes! Donnez-nous des fêtes!... La presse ne sera jamais en France et en Italie qu’un moyen secondaire d’action. On n’agit sur ses peuples, éminemment électriques, que par la voie vivante des communications orales, des fêtes, des spectacles... Des fêtes! Donnez-nous des fêtes! Que le peuple y voie, y écoute sa propre pensée, s’y nourrisse de sa jeune foi, y communie de lui-même, de son coeur, y soit sa propre hostie!...»
E l’ebbrezza monta, l’allucinazione s’ingrandisce smisuratamente. Egli vede una tavola immensa rizzata dall’Irlanda al Kamtchatka, e tutti i convitati uniti in una stessa communione: è il banchetto delle nazioni. Ma questo non basta. Ci vuol altro! Occorre che il banchetto dell’amicizia universale si distenda dalla terra al cielo, da una ad un’altra sfera. Realizzato il paradiso umano, avremo ancora fame di qualcosa più in là: avremo la faim de Dieu!
Amara irrisione della realtà contro questo nobile sognatore! Egli che sin dal 1848 vedeva già riunite in un fascio tutte le bandiere delle Nazioni: il tricolore d’Italia (Italia mater) l’aquila bianca della Polonia, la gran bandiera del santo Impero, della sua cara Germania, nero, rosso e oro, egli è morto di dolore assistendo ai terribili effetti d’una guerra che la sua voce non aveva potuto impedire, e per la quale sperò l’intervento europeo. Le nazioni da lui convitate al banchetto della conciliazione e della riconciliazione stettero a guardare colle braccia in croce l’immenso disastro della Francia; ed egli ne morì di dolore a Hyères il 9 febbraio 1874. Era di mezzogiorno; il sole (come osserva il Monod), quasi per ricompensarlo del suo culto appassionato, smagliava. Le labbra del venerando cadavere pareva mormorassero l’ultime righe del suo testamento: «Dieu me donne de revoir les miens et ceux que j’ai aimés. Qu’il reçoive mon âme reconnaissante de tant de bien, de tant d’années laborieuses, de tant d’œuvres, de tant d’amitiés!»
4 Agosto 1879.
II. TEOFILO GAUTIER.[2]
I giornali francesi di tre settimane fa parlavano d’una sottoscrizione iniziata per erigere un monumento a Teofilo Gautier in Tarbes sua città natale; l’editore Charpentier riunisce in volume i migliori articoli sparsi qua e là su pei giornali dalla prodiga fecondità di questo scrittore, il quale parve nato apposta per ismentire il proverbio che presto e bene non istanno insieme; un genero dei Gautier, Emilio Bergerat, ce ne dà una nuova biografia, le conversazioni degli ultimi anni, i ricordi e lo scarso epistolario, materiali preziosissimi per un futuro studio di questo moderno pagano adoratore della forma; ecco una bella occasione per tentar di delineare in pochi tratti il poeta, il critico, il romanziere e, sopratutto, l’uomo.
I.
Teofilo Gautier, pei francesi, è rimasto fino all’ultimo l’uomo dal gilè rosso del 25 febbraio 1830 (una data indimenticabile nella storia dell’arte). Non se ne sapeva dar pace. — L’indossai una sola volta e l’ho portato per tutta la vita — soleva dire con tristezza. Ormai il gilè rosso appartiene alla leggenda. Nè vale il sapere che non era rosso, ma color di rosa; che non era un gilè, ma un pourpoint. Il Gautier insisteva sul colore. Il rosso avrebbe avuto un significato repubblicano e fra i romantici di repubblicani ce n’era appena un solo, Pietro Borel. Il resto erano medioevisti, del partito dei castelli merlati, e nient’altro: ecco perchè il pourpoint era color di rosa... Ma già è inutile: il Gautier del 1830 non sarà rappresentato altrimenti.
La sera del il luglio 1867 il teatro della Commedia francese riprendeva l’Ernani. Gautier trovavasi al suo posto come la sera del 25 febbraio di trentasette anni addietro. La lunga capigliatura (la sola cosa che gli restasse del suo esteriore romantico) lo additava alla folla. Entusiasta come una volta, dava il segnale degli applausi nei punti tradizionalmente famosi che gli spettatori seguivano col testo alla mano. Ma la situazione dei due campioni del romanticismo era molto cambiata. Vittor Hugo aspettava a sentire da Jersey l’esito della sua nuova battaglia, ora più politica che letteraria, e Gautier scriveva le rassegne drammatiche nel pianterreno del Moniteur. Il pubblico di quella sera si domandava con curiosità in che maniera il critico avrebbe parlato dell’autore dei Châtiments nel giornale ufficiale dell’Impero. La mattina dopo il Gautier recava egli stesso l’articolo alla Direzione ove, naturalmente, fu pregato d’abbassare un po’ il tono degli entusiastici elogi. Allora prese un foglio di carta, scrisse la sua dimissione e si fece condurre dal ministro dell’interno. Il marchese di Lavallette si vide deporre sul tavolo da una parte l’articolo e la dimissione dall’altra. — Scelga — gli disse il Gautier. L’articolo fu pubblicato senza cambiarvi una sillaba. Nè prima, nè dopo egli è venuto mai meno ai puri principî di arte della sua giovinezza. Il gilè rosso della leggenda potrebbe dirsene il simbolo.
Pochi hanno lavorato più di lui. I suoi scritti, riuniti, formerebbero un trecento volumi. Monselet lo ha chiamato a ragione: le martyre de la copie. Infatti è morto come una sentinella al suo posto. L’ultimo suo articolo, scritto con la mano tremula d’un agonizzante, aveva per soggetto l’Ernani: la morte l’arrestò al punto in cui descriveva la signora Girardin ch’entrava nel palco del teatro.