Nulla più dar ti posso, e tu lo sai;

Che tutta quanta l’anima mi leggi.

Nel 1865, anno della pubblicazione, non solamente erano già mutate le condizioni politiche della Sicilia, ma in molta parte anche le convinzioni dell’autore. Il Ruggiero era ormai diventato un corpo senza anima; e la voce del poeta, che non aveva potuto risuonare all’aperto quando forse sarebbe riuscita utile ed opportuna, trovavasi affiochita, anzi spenta prima di emettere un sol grido. Queste considerazioni non hanno dissuaso però il Vigo dal dare alla luce il poema. Rinunziare al Ruggiero, sarebbe stato un’abiura, egli scrive nell’Avvertenza; chi non mi comprende suo danno. Si può rinnegare il passato se gli si deve il presente che prepara l’avvenire? Il Giove omerico tocca il culmine dell’Olimpo in tre passi; ma senza la prima non si stampa la terza orma; ciascheduna d’esse è fatale. Vera o no questa sua filosofia della storia che vede una logica relazione tra il suono delle campane del Vespro e quello della campana della Gancia, non sarò certamente io quello che biasimerà il Vigo di averci fatto risuonare all’orecchio l’eco d’idee e di tempi spariti per sempre, che io non amai e che non posso rimpiangere. Se di qualcosa dovessi appuntarlo, mi lamenterei invece con lui perchè non ha saputo resistere alla tentazione d’aggiungere al suo quadro una o due pennellate moderne, che stonano affatto sull’antiche. Quando nel canto settimo trovo in bocca di un vecchio siciliano queste focose parole:

Noi siam sangue pelasgo: e se Iddio vuole,

Unificati al popolo latino

Potrà vederci nuovamente il sole

Risuscitar la stirpe di Quirino:

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ben ci uniremo all’itala fortuna

Se, pari in dritto, sue provincie in una;