Se volessi discutere il concetto del poema entrerei in un campo troppo vasto e spinoso; ed io son qui per ragionare d’arte, non di religione e filosofia. Però non posso trattenermi dall’accennare un’osservazione sul tema ch’egli ha scelto. La Palingenesi è di quei soggetti che la poesia dovrebbe oggi evitare, non avendo più braccia per cingerli da ogni parte. Vi fu un tempo in cui la scienza e la poesia vissero insieme, e poterono dirsi una lo spirito e l’altra il corpo della stessa persona. Ma quando coll’accrescersi degli studî e delle speculazioni la scienza assunse proporzioni più grandi, la poesia rimase un vaso che non poteva più contenerla. Chi si provò a farvela entrare o lo pose in pericolo, o sparse il liquore per terra. Il moderno problema religioso non ha soltanto rapporto con gli avvenimenti politici del mondo intero, ma, e in modo più intimo, colla filosofia e con tutte le scienze d’osservazione. Queste già invadono il campo su cui il domma e la teologia dominavano fino a ieri da regine assolute; dissodano il terreno in senso opposto per farvi crescere rigogliosa la nobile pianta della verità razionale e sono al principio del loro immenso lavoro. Il modo con cui oggi si manifesta il bisogno d’una riforma religiosa è perfettamente scientifico; scientifici sono i mezzi che adopera l’umanità per raggiungere il suo scopo; ed il sentimento vi entra in proporzioni assai minori di quando mescolossi in altre rivoluzioni religiose, quali il buddismo nelle Indie e il cristianesimo nel mondo romano. Lo stato della presente civiltà infatti non può paragonarsi in nulla all’angosciosa aspettazione che precesse l’apparire del Cakya-Mouni indiano e quello del Cristo quattro secoli dopo. Noi non proviamo la febbrile ansietà d’una parola di compassione e di speranza come le popolazioni oppresse dall’insopportabile peso del bramismo, o dalla profonda tristezza dell’impero che si sfasciava. Il Verbo di consolazione e di speranza l’abbiamo tra noi, fecondo, inesauribile, fatto umano, abbandonato alle nostre dispute, al suo logico svolgimento; e per questo non attendiamo nulla da nessuno, all’infuori che da noi stessi e dalla nostra ragione.
Dal lato del concetto il poema del Rapisardi mi sembra quindi imperfetto e come scienza e come arte; come arte sopratutto, perchè tenta un genere di poesia, il didascalico misto, che per le ragioni accennate più su dovrebbe calcolarsi come morto per sempre. La parola didascalico non tragga in inganno. La Palingenesi è un gran carme a modo di quelli che con altri mezzi ricostituì il Foscolo nelle sue Grazie mescolando il didattico, l’epico e il lirico in un sol genere.[27] Io non biasimo nel lavoro del Rapisardi l’altezza del concetto per amore di quella frivola poesia che si riduce ad un passeggiero titillamento delle orecchie e a nulla più. Guardo all’avvenire del poeta; sperando ch’egli compenetri più intimamente l’espressione appassionata, drammatica, un po’ individuale ed indefinita della poesia moderna, e che l’amore della forma non gl’impedisca di vincere un certo impaccio evidentemente prodotto dall’esagerata riverenza delle forme antiche e dalla poca fiducia nella forza creativa della sua immaginazione.
Accettata la Palingenesi come una prova di stile, insolita e pressochè meravigliosa pei tempi che corrono, dirò che l’ingegno del Rapisardi vi ha trovato larghissimo campo di palesare la sua abilità descrittiva e pittorica. Tutto il poema si riduce infatti ad una gran galleria dove, passando di stanza in stanza, si passa con piacevole varietà di scuola in scuola. I grandi quadri sacri e storici vi s’ammirano con il medesimo gusto dei quadretti fiamminghi; e il fare largo e magistralmente ardito degli uni non nuoce al paziente e minuzioso degli altri. Il Rapisardi è schiettamente greco-latino di forma; per parlare più esatto, è plastico alla guisa greco-latina. La maniera dei grandi maestri dell’antichità non è in lui un processo da mosaicista, ma gli si è compenetrata nello spirito e nel sangue: è diventata proprio sua. Tutto prende forme scultorie in questa giovane fantasia. Il paesaggio vi si foggia, come in Omero, sempre allo stato di un bassorilievo. Perfino il fantastico ed il grottesco vi assumono contorni netti e precisi, ma con un’aria spontanea che innamora chi legge. Frate Angelico, secondo la leggenda, dipingeva compreso d’un’estasi divina che lo commoveva fino al pianto; io credo che il Rapisardi debba meditare e comporre con ugual commozione e adorazione per l’arte. E nel modo che il frate pittore ricavava da quei suoi mistici trasporti un’espressione inimitabile d’ingenuità e di celestiale bellezza, ugualmente il giovane poeta ne ritrae una cert’aria di dolcezza e di candidezza rimasta, come dissi più innanzi, intatto privilegio dei poeti primitivi. Il poco spazio mi vieta di citarne qualche brano; e potendo non l’avrei fatto. Son sicuro che il lettore, quando avrà preso in mano il libro, leggerà da cima in fondo, tornerà a rileggere, nè sarà offeso di qualche neo dello stile prodotto in alcuni punti da eccessiva abbondanza d’epiteti, in altri da certe andature un po’ studiate e ripetute del verso.
E qui terminerò, augurandomi di poter salutare ben presto il poeta in un lavoro che invece di parlare all’intelletto, tentasse di scuotere le fibre più riposte del nostro cuore; che all’ispirazione lirica accoppiasse larghissimamente la passione, l’azione drammatica e mostrasse più spiccato l’individuo in lotta con sè stesso e colla fortuna, e l’Umanità meno astrattamente compresa.
26 Marzo 1868.
VIII. MARIO RAPISARDI.[28]
Il Satana della Palingenesi è diventato Lucifero. Non è una mera e capricciosa sostituzione di nome. Nella Palingenesi il poeta catanese riproduceva il tipo leggendario del Satana biblico mescolato a qualcosa del Mefistofele moderno: nel Lucifero la figura della leggenda è perfettamente trasformata. Satana non aveva allora nessuna velleità di libero pensatore, quantunque si permettesse con Domine Dio le franche discussioni incominciate sin dai tempi di Giobbe. Sogghignava malignamente, talvolta anche rideva sgangheratamente in viso al Padre Eterno; ma tra lui e il Creatore c’era sempre il rapporto d’un suddito verso il suo onnipossente sovrano.
Diè Satana, a quel dire, in improvviso
Inverecondo scroscio di cachinni...
Impauriron gli angeli a l’orrendo