Il prologo d’esso è così bello che Goethe non volle far altro che copiarlo per metterlo in testa alla sua tragedia del Fausto. Vero è che il resto, come notò l’Herder, si riduce ad una discussione di sapienti; ma questa discussione ha però tanto che la fa uscire dalla freddezza dei ragionamenti ordinarî. Giobbe ed i suoi amici non sono raccolti innanzi alla porta della città o all’ombra amica d’un palmizio per trattare la questione filosofica o teologica dell’origine del male. La scena ci presenta un uomo colpito d’una sequela d’immense sventure. I suoi uomini uccisi; la sua famiglia distrutta; il suo corpo inverminito per una lebbra puzzolentissima. Gli amici venuti a consolarlo, alla vista di sì grande sciagura, hanno stracciato le loro vesti, si sono coperti di cenere, sono stati sette giorni e sette notti senza profferire una parola, talmente il dolore dell’amico è parso ad essi eccessivo.

Appena Giobbe prorompe nelle sue maledizioni, ed ecco le atroci consolazioni degli uomini. Elifaz di Theman, un sacerdote, gli rivelerà con crudele ironia le dottrine d’uno stoicismo degradante che arriva a proclamare fin la imperfezione di Dio a causa dell’imperfezione delle sue creature. Baldad di Sueh lo rinvierà alla tradizione e gli farà credere ch’egli è un empio giacchè Dio lo ha castigato. Sofar di Naama rincarerà la dose d’ambidue, in guisa che Giobbe disperando del conforto umano si rivolgerà a Dio direttamente. Nulla è più sublime di questa difesa dell’umanità innanzi al suo creatore. Gli amici di Giobbe però replicano. Elifaz lo chiamerà eretico; Baldad tornerà a dirlo un empio, un peccatore a cui Dio ha scombuiato la mente; Sofar metterà avanti la dottrina della giustificazione attuale. Ma Giobbe spezzerà la maschera delle loro ipocrisie, rispondendo a tutti con una fierezza senza uguale. Però la battaglia non finirà lì. Quelli torneranno un’altra volta all’assalto; un’altra volta Giobbe li respingerà quantunque colmato dalle loro scomuniche: e volgendosi finalmente al cielo: Chi mi darà chi mi ascolti? esclamerà. Ecco il patto che io segno: che l’Onnipotente mi risponda e ch’egli scriva il mio atto d’accusa, come farebbe un uomo incaricato d’intentarmi una lite. Io porterò questi fogli sulla mia spalla come si porta una decorazione. Io mi farò annunziare a Lui, e m’avanzerò verso Lui come verso il mio principe. Allora Dio entra in mezzo. Giobbe è giustificato e ai suoi amici vien ordinata la purgazione d’un sacrificio.

Questa, in brevi parole, è tutta l’azione del Giobbe; e sarebbe più che sufficiente per far accordare ad un’opera così primitiva l’attributo di drammatica, se potesse con qualche fondamento venir provata la veracità di questa forma originaria. Era dunque opportuno che il signor Leroux avesse accennato le fonti della tradizione rabbinica e l’autorità di esse per non far rimanere la questione al punto in cui trovavasi prima di lui, cioè d’un’opinione meramente personale. Accettando anche ad occhi chiusi tale tradizione, la divisione d’atti e di scene, ch’egli ha voluto adottare non potrà mai capacitare nessuno. Certamente il signor Leroux, immerso nella profonda considerazione del concetto filosofico e religioso del libro, occupato nella critica filologica d’ogni versetto, non poteva guardare tanto per la sottile queste inezie di forma letteraria; ma il rétabli del frontispizio doveva fargli prevedere una osservazione così ovvia. Egli infatti sembra un uomo che non abbia mai aperto un libro di cose teatrali; giacchè l’occhio stesso l’avrebbe ammonito del meccanismo che presiede alla divisione delle scene, e gli avrebbe insegnato che invece di cinque atti e di novantaquattro scene bisognava mettere atto unico; e, dopo il prologo, due sole divisioni di scene, la prima al cominciare delle maledizioni di Giobbe, l’altra all’apparire di Jeova verso la fine. Se il Leroux avesse voluto fare della sua traduzione una cosa esclusivamente letteraria, gli si sarebbe potuto rimproverare anche quell’importuna interpolazione di commenti nel testo che rischiarano, è vero, ma spesso distraggono e annoiano. Se non ci rinviasse alla sua opera in corso di stampa (Les Mystères de la Bible) sarebbe stato giusto domandargli con che fondamento attribuisca l’opera del Giobbe al profeta Isaia.

Quello di cui veramente si deve saper grado al traduttore francese è la parte critica nell’interpretazione e nella collazione del versetti. Dal capitolo 21 sino alla fine, moltissime sono le trasposizioni da lui praticate le quali tutte rendono al testo quella chiarezza sin oggi desiderata invano dai traduttori e commentatori d’ogni sorta, cominciando dai Settanta e da S. Girolamo fino ad Ernesto Rénan che credo l’ultimo. «Io non ho trovato il bandolo dei diversi dialoghi di questo libro; ma sento che le descrizioni della natura, e le sue nobili e semplici parole sulle qualità di Dio e sul suo impero universale elevano l’anima.» Così scriveva l’Herder; e soggiungeva: «I versi d’esso possono essere paragonati a delle perle tirate su dal fondo del mare, negligentemente infilate, ma preziose.» «Il Giobbe è il primo dramma del mondo, diceva Byron, o forse il poema più antico. Io ho avuto l’idea di comporre un Giobbe, ma il soggetto mi è parso troppo sublime. Non vi è poesia che possa venir paragonata a quella di questo libro![41]» Voltaire, che pure lo leggeva spesso, lo chiamava un ammasso di galimatias! Oggi però nel modo con cui il signor Leroux ce lo presenta colla sua chiara ed assennata interpretazione, il libro di Giobbe ripiglia la primitiva grandezza. Forse non tutte le interpretazioni anderanno al verso di tutti, e molte parranno stirate con troppa sottigliezza, massime quelle che (secondo il traduttore) contengono la chiave di tutto il mistero del libro.[42] Ma di ciò non saprei nè voglio punto occuparmi.

10 Febbraio 1867.

XIV. ALEARDO ALEARDI.[43]

Conobbi l’Aleardi a Firenze nel 1865, in casa della Giannina Milli, ove egli soleva andare quasi ogni sera. Al primo vederlo, non riusciva simpatico. Pareva troppo pieno di sè e dava ragione alla feroce ironia del Rapisardi:

Altero e bello

Ne la modestia sua con misurato

Passo s’inoltra; e benchè svelto e lieve