Scivoli sopra i piè, pur non sostenne
L’arguto calzolar, ch’ei non proceda
Senza un qualche rumor: però ch’ei volle
Sotto al tornito stivaletto, a cui
Rodope stessa invidierebbe, un nido
Porre di crepitanti e scricchiolanti
Genî, che possan dire anche ai lontani:
Ecco il nume, adorate![44]
La stessa impressione n’ebbi le poche volte che volli assistere alle sue lezioni di estetica all’Accademia di belle arti. Egli entrava nella sala con un’aria severa, quasi solenne, tenendo in mano il quaderno della lezione da leggere arrotolato e legato con un nastrino di seta a colore. La sua declamazione non era teatrale, ma faceva scorgere una grande preoccupazione dell’effetto, massime verso la fine. Il testo della lezione aveva anch’esso una stretta finale per strappare l’applauso. Insomma l’incesso, la declamazione, il contenuto dello scritto mostravano qualche cosa d’affettato, di ricercato, di lezioso che non lasciava nell’animo una buona impressione del suo carattere. Per molti che al pari di me lo conobbero soltanto di vista, l’Aleardi non fu altro che un superbioso: lo chiamavamo l’olimpico.
Confesso sinceramente che la lettura del suo Epistolario mi ha fatto comparire dinanzi una persona assai diversa e, sopratutto, assai migliore.