Ma un giorno, quasi ad un tratto, l’intelligenza gli si aperse; si sentì trasformato. Quello che impediva nel suo organismo lo spedito funzionare del cervello era stato vinto, non si sa come. I versi di Virgilio esercitavano sopra di lui un benefico fascino, e ben presto i suoi progressi furono così rapidi da sbalordire maestri e colleghi. Il fenomeno non è insolito. Ho conosciuto un dottore al quale era accaduto nella sua fanciullezza un identico caso.
Andato a studiar diritto nell’Università di Padova, l’Aleardi si appassionò per la storia naturale e per la botanica, come si era appassionato per la chimica sotto la direzione del Zamboni. Fu uno studente serio, raccolto; la scolaresca già lo rispettava come un personaggio. Alcuni versi di lui andavano di bocca in bocca. Dopo molti anni, egli ricordava ancora con compiacenza certe strofe che i suoi amici avevano il coraggio di chiamar ode.[45]
Cantiam la patria. È un gelido
Silente cimitero;
Ondeggia innanzi il portico
Un drappo giallo e nero...
. . . . . . . . . . . . .
Un commissario di polizia lo avvertì di smettere e di far senno. Non era la prima volta che l’Aleardi compariva innanzi a lui. L’altra volta, avendo smarrito una mazza elegante sul pomo della quale erano incisi una corona regale e il motto Regno d’Italia, egli era stato invitato a presentarsi ad un ufficio di polizia.
— È vostra? gli domandò brusco il commissario, mostrandogli la mazza.
— Sì, rispose l’Aleardi senza scomporsi.