— Che significano questa corona e questa leggenda?

— Sono un ricordo della prima moneta che mi capitò tra le mani.

Il commissario parve appagarsi della risposta, ma lo notò nella lista di quelli da tenersi d’occhio. Il Prati, il Gazzoletti, il Fusinato suoi compagni d’Università trovavansi già scritti su quel libro nero.

Ottenuta la laurea, l’Aleardi cominciò la pratica dell’avvocatura nello studio del Grassotti, una celebrità del foro veronese di allora. Cavilloso e con pochi scrupoli nella scelta dei mezzi, il Grassotti non era niente adatto ad incoraggiare la poca voglia di far l’avvocato che quegli aveva. All’Aleardi ripugnavano gl’intrighi, i mezzucci, lo gherminelle curiali; e il Grassotti invece ci godeva e c’ingrassava. Allora, quasi per meglio persuadersi che l’avvocatura non fosse professione per lui, l’Aleardi entrò nello studio d’un altro avvocato. Aveva già perduto la mamma e il babbo, doveva provvedere al suo avvenire e a quello della sorella Beatrice; perciò prese gli esami di libera pratica. Il governo, col pretesto della legge che regolava il numero degli avvocati, gli negò il permesso di esercitare in Verona l’avvocatura, e così lo spinse a ritornare agli studi letterarî e alla poesia.

La sua riputazione comincia dal 1845 colla pubblicazione delle Prime storie. Le Lettere a Maria precessero di poco i rivolgimenti del 1848.

La polizia aveva già arrestato il Manin e il Tommaseo che avevano avuto il coraggio di domandare delle riforme al governo. L’Aleardi, amicissimo del Tommaseo, fu consigliato di allontanarsi da Verona per non incorrer la stessa sorte. In quei giorni nessuno era sicuro la sera di svegliarsi ancora in casa propria la mattina appresso. L’Aleardi andò in Roma da dove pareva venisse il movimento della nuova vita italiana. Era appena arrivato, che sopraggiunsero le notizie dei fatti di Milano e di Venezia. Aveva chiesto un’udienza al Papa, ma non badò ad attenderla. Corse a presentarsi al Manin, che lo mise nella Consulta di Stato, e poi lo mandò a Parigi col Gar per ottenere dal governo provvisorio francese il riconoscimento della Repubblica veneta. L’Aleardi non si lasciò ingannar dalle belle parole dei ministri francesi, e quando la Venezia si diè a Carlo Alberto, sollecitò di esser richiamato dall’inutile ufficio. In quei tempi era un po’ repubblicano; le cose d’Italia non andavano secondo i suoi desiderî: quelle di tutta Europa, dall’altra parte, non potevano fargli coraggio e dargli buone speranze per l’avvenire. Ci fu un momento, dopo il due dicembre, ch’ebbe persino l’idea di andarsene in America. Comperò alcuni lotti di terreno nel Texas vicino alla città di Sant’Antonio, ma l’amor della sorella e la carità del luogo nativo, com’egli scrisse più tardi all’Alvergna[46] lo fecero smettere dal progetto di andar a fare laggiù il coltivatore di cotone.

Ritornò in Italia traversando la Germania. Nel viaggio smarrì, con altre carte, il primo canto di un poema drammatico il Mosè, che forse doveva esser dedicato a Pio IX. L’Aleardi fu dei pochi che non s’ingannarono sul conto di questo pontefice allora portato ai sette cieli dai giobertiani di buona fede e da tanti altri illusi. Ma questo lo consolava poco dei disastri italiani. Da Firenze, ove il Giusti, il Capponi, il Viesseux tentarono di confortarlo, corse a Bologna la vigilia del bombardamento di quella città. Poi, quando le sventure della patria giunsero al colmo e l’Austria spadroneggiava nuovamente nello provincie lombardo-venete, l’Aleardi tornò a Verona con un atto di coraggio che onora il suo cuore. Trovavasi a Genova. Un vecchio amico, che era stato anche suo tutore, voleva rivederlo prima di chiudere gli occhi per sempre, e già si sentiva morire. L’Aleardi non esitò un momento e corse fra le braccia dell’agonizzante.

La polizia finse di non accorgersene: lo lasciò tranquillo, ma quando cominciarono i processi di Mantova si ricordò di lui. L’Aleardi non era stato un cospiratore nel vero senso della parola. Il suo nome non si trova inscritto nei registri di nessuna setta. Pare non intervenisse alle riunioni politiche che avevano luogo in casa del dottor Maggi e del Donatelli, ma cooperò a trovar soscrittori al famoso prestito di Mazzini che costò tante vittime. L’Aleardi fu arrestato col Montanari, col Cesconi, col Gaiter, col Murari e parecchi altri; poi fu trasportato dalla caserma di S. Tommaso di Verona alla Guardiola di Mantova. Quando la sorella e il cognato avvocato Gaspari ottennero il permesso di visitarlo, era livido, col viso rigonfio; faceva pietà. Il generale Culoz che aveva in pregio l’ingegno dell’Aleardi non voleva crederci, e lo visitò lo stesso giorno.

— Son meravigliato di vederla qui, gli disse il generale.

— Ed io più di lei, rispose l’Aleardi.