Trascorsero sei mesi di vera agonia. Tazzoli, Speri, Montanari erano stati impiccati: la stessa sorte potevano incorrere lui, Gaiter e gli altri. Ma il 18 marzo del 1853 i prigionieri furono improvvisamente condotti in piazza S. Pietro, ove l’Auditore imperiale lesse loro il decreto di grazia fra le grida dei soldati che urlarono fifa imperatore! I liberati risero molto di quel fifa: in dialetto veronese significa paura.
L’Aleardi tornò agli studî, dimorando quasi sempre in campagna per evitarsi noie dalla polizia. Le città italiane marinare e commercianti (1856), Raffaello e la Fornarina (1857), Un’ora della mia giovinezza (1858) e altre poesie minori servirono a diffondere il suo nome e ad aumentare la sua fama di poeta.
Arrestato nuovamente nel 1859 e, dopo la battaglia di Solferino, internato nella fortezza di Josephstadt, fu rimesso in libertà appena firmata la pace di Villafranca. Prese stanza in Brescia, in un palazzino moderno, ricco di luce e circondato di verde, e vi stette triste, annoiato, «facendo il selvaggio e non andando in nessuna casa che con rarissima inciviltà.[47]» «Passo, scriveva ad un’amica, dei giorni faticosi, oppressi, in cui l’animo pena a respirare; pare che il mio spirito sia côlto di tisi, nuota nella incapacità come in un mare morto, aspira a cose incerte, indistinte. Un anno fa ero prigione, molte miglia lungi da voi, iroso in terra straniera, eppure, lo credereste? Ero manco triste, manco tetro che ora non sia.[48]»
I sette soldati (1861), il Canto politico in morte della contessa Giusti (1862), il Canto o Epistola in morte di donna Bianca Robizzo (1871) sono le ultime cose da lui scritte, con lungo intervallo. Dopo il 1860, si sentiva stanco e pativa della sua inerzia, ma non sapeva uscirne. Forse la sua vita intima potrebbe spiegarci parecchie cose. «Ho studiato a sbalzi: in monte, poco: ho amato troppo e troppe volte, e me ne pento: sono stato amareggiato molto, per modo che stetti fino sette anni (dal 1849 al 1856) senza scrivere un verso...[49] Crudeli leggerezze mi hanno ferito, sconvolto, m’hanno fatto dubitare dell’amore e quasi della virtù. Il divorzio della mia con un’anima di donna m’ha dilaniato le viscere. Quanto a quelli che tanto si affannano dei fatti miei, non ho che a ringraziarli della non chiesta premura; non ho che a dir loro che i Canti non sono nè conti, nè scritture di avvocati da poterli buttar fuori quando ad uno piaccia; che se avessi un’anima meno impressionabile, meno irritabile, meno appassionabile, come molti di essi avranno (e beati loro!) farei di più di certo; ma in certe condizioni non ho nè abilità, nè pace a fare.[50]»
Professore di estetica all’Accademia di Belle arti in Firenze, e senatore del Regno, gli onori non lo mutarono. Era profondamente affettuoso e sinceramente buono.
Ecco come si dipinge egli stesso in molti punti di questo epistolario: «Dio, che mi ha fatto il triste dono d’uno spirito facile all’esaltamento, lo dotò, come di consueto, di grande facilità all’avvilimento... Le mie amarezze sono di quelle che non paiono di fuori, ma bensì intime e segrete, e talvolta di fantasia, e tutte quasi per una cotal mancanza di virile volontà della quale ho difetto... Quando quelli che per avventura, poichè sarò ito in camposanto, si crederanno di scrivere una pagina sulla mia vita, avranno detto: egli era debole, avranno la formola, in una sola parola, dei miei errori, delle pochissime mie virtù, delle mie lagrime, di tutto me... Sapete che se io dovessi ascoltare il mio impeto primo, io darei la mia camicia all’infelice che incontro, e che tutti quelli che patiscono hanno ragione in faccia mia e che io mi sento un tristo a vederli patire! Oh! la mia vita esteriore ha l’apparenza di quella di tutti: ma la mia anima è un romanzo...» — Amava la tranquillità della famiglia; si contentava di poco. Non ebbe mai abitudini dispendiose: andava raramente in teatro: non giuocava mai. «Un abito pulito e un modesto cibo e basta» scriveva al suo amico Alvergna. E qualche volta rimpiangeva di non aver saputo rassegnarsi ad una professione e di essersi lasciato adescare dal fantasma dell’indipendenza personale. «Avrei fatto l’avvocato, sarei stato onesto e non imbecille, avrei accumulato un po’ di oro, avrei veduto di poter compormi le domestiche gioie di una famigliuola e alla mia ora sarei morto benedetto e non solitario.[51]» Da giovane ebbe l’intenzione di prender moglie, ma non si stimò abbastanza ricco da educare i suoi figli indipendenti. «Mi sento nato agli affetti sereni e domestici e tutti i ragazzi mi voglion bene perchè li amo con tutto il cuore.[52]» Gran parte della sua tristezza ordinaria, che veniva interpretata per alterigia, proveniva forse da questa scontentezza di animo che la solitudine della sua vita gl’inspirava. «Questa mia vita da zingaro, diceva, mi ha staccato da tutta la terra... A furia di trovarmi con gente nuova, mi son trovato solo; e a questo mondo soli si pena... se fossi donna mi sentirei la tristezza di una sterile.[53] Questa vita senz’ombra di consolazione mi stanca, mi è dura, e talvolta insopportabile. E tanta gente mi invidia! E’ dicono: quello è un uomo felice, è cercato, è desiderato, il paese lo onora, è amato, applaudito... Povera gente! e non sanno che io darei i pochi plausi delle mie lezioni, e la considerazione di cotesti signori per un’ora di affetto... E però sono mesto e scorato, e sfiduciato, e se anche mi tuffo nel lavoro non mi basta, e la solitudine mi affanna.[54]»
È noto l’affetto, la venerazione dell’Aleardi per la sua vecchia serva di casa Maria Zanetti, che lo vide nascere e morire. La Zanetti aveva una figliuola. Quando prese marito, l’Aleardi scriveva alla signora Luisa Balzanti «Queste nozze hanno il loro triste per noi, perchè ella era, per così dire, nata in casa, e così immedesimata nella piccola nostra famiglia, da esserne piuttosto una compagna che altrimenti. Nel 1858 l’Annunciata (si chiamava così) ammalò gravemente. L’Aleardi stette tre mesi nella piccola campagna il Grotto in S. Ambrogio di Valpolicella colla vecchia Maria a prestare le cure più assidue e più affettuose alla povera sofferente, facendo tutte le spese. L’Aleardi chiamava Nonna la vecchia serva. Questa idolatrava el so putin, el so conte, e spendeva quasi tutto il suo in pie oblazioni per scongiurare dal capo di lui ogni disgrazia. Ogni volta che l’Aleardi era in viaggio per tornare a Verona, ella vegliava pregando fino all’ora più tarda. Negli ultimi anni egli si contentava di viaggiare di giorno, anche nelle ore più calde, per risparmiarle questo incomodo.
Pochi anni prima di morire, comperato in Firenze un letto di ferro, nello spedirlo a Verona, l’Aleardi aveva scritto questi versi:
Un’amabile e fida vecchierella
Di virtù ricca e di ricordi mesti