Ricorderò un aneddoto che qualifica bene la sua naturale ironia e quell’amore ad ogni costo dell’immagine che colpisce.

Erano i più bei giorni della Dante. Il Garibaldi aveva pubblicato quei suoi romanzi politici che la stampa deplorava come dei veri delitti di lesa letteratura. Il Faldella volle difenderli, più illuso dal miraggio rettorico del patriottismo, che convinto dell’eccellenza artistica di quei zibaldoni. Allora egli usciva da un bagno di filologia, come direbbe il Carducci, e il suo scritto zeppo di tutte le frasi, di tutti i vocaboli più arcaici del 400 e del 500 suonò declamato solennemente per la sala dell’anfiteatro. Secondo lui, innanzi a quei lavori del Garibaldi il pubblico non aveva altro diritto che l’ammirazione.

— Signori, egli conchiuse, quando Garibaldi entrò in Napoli una folla immensa si era accalcata sotto il palazzo d’Ancri applaudendo il dittatore, chiamandolo ad alte grida per rivederlo al balcone colla sua camicia rossa. Il generale non compariva: le grida si accrescevano, il frastuono diventava immenso. A un tratto, invece di Garibaldi, ecco il Medici.

— Il generale dorme, egli disse alla folla.

E la folla riverente, commossa, si disperse in punta di piedi.

Signori, rimpetto ai romanzi di Garibaldi anche il pubblico deve disperdersi in punta di piedi! —

Non guarantisco le parole, ma il senso era questo. L’imagine si rivoltava, come la mula del medico; e l’ironia scaturiva da essa incosciente, malgrado di lui. Al Faldella quest’incoscienza dell’ironia accade tutt’ora. È una delle sue forze.

NOTA

Son sicuro di far cosa grata ai lettori ristampando, intorno al Circolo Dante Alighieri, i ricordi personali che il Giacosa ebbe la gentilezza d’indirizzarmi in un’appendice del Risorgimento.

A Luigi Capuana.