«Gli venne incontro, lo salutò con esagerata e ruvida cordialità e gli disse: — Ho visto le prove del vostro romanzo — vi ha del talento che ammiro, — ma sono franco, non lo credo un lavoro serio, — non ci trovo un concetto robusto; voi vi perdete nei sogni, nel misticismo, mentre avete attorno a voi la grande quistione sociale. — Voi romanzieri avete l’obbligo di darvene pensiero: l’arte è una leva.
«Poi scotendo la testa con atto di superbo rammarico, soggiunse: — capisco, voi seguite il gusto e la moda, perchè questi danno il successo e il guadagno, — il guadagno, il sozzo corruttore di tutte le grandi idee! — »[5].
Un giorno il Murena si mise in capo che un suo amico era un genio miracoloso e che doveva partorire un capolavoro. Lo condusse in una casa di campagna e ve lo tenne chiuso parecchie settimane affidato alla custodia di un contadino sordo e scimunito. Poco cibo, molto caffè, tutti i libri necessarii: il capolavoro doveva venir fuori ad ogni costo con questo inesorabile regime. Invece ci mancò poco che il povero diavolo lì rinchiuso non ammattisse addirittura. L’aneddoto è vero. Il Sacchetti non ha fatto altro che prestarlo al personaggio del suo romanzo. L’autore di quella strana prigionia era stato anche lui.
Sfogliate le Figurine del Faldella; vi fa capolino qua e là. Il conte Oscar della Gentilina, l’ironico maestro di scuola della stupenda Vita nell’aja, un po’ anche Lord Spleen, sono tutti brulichii luminosi di quella strana personalità.
Sfogliate le Conquiste del medesimo autore; e rimpetto a quella Fiorina, forse un ricordo troppo personale dello scrittore, troverete in Gaudenzio altri bagliori di lui. «Sentite, canaglia di amici, sentite?» C’è il suono della sua voce. E nel Male dell’Arte: «Com’è tormentoso il sentimento dell’impotenza artistica! Sentire dentro di noi un formicolìo di concetti e di fremiti che forano come aghi e vogliono spuntare da tutti i pori; avere la convinzione che soltanto sfregacciando il nostro naso sulla carta o sulla tela debba uscirne un capolavoro; e poi quelle idee e quelle sensazioni che ci parevano così vive e così roventi dentro di noi, una volta travasate e ridotte sulla carta o sulla tela, eccole lì flosce e frigide come cadaveri di bruchi lanciati stramazzoni sulla strada da un temporale....»
Finalmente ecco nelle Rovine il ritratto intiero, una biografia ampia, quasi completa, alla quale manca poco più del vero nome del protagonista per potersi dire completa affatto. Sembra che il Faldella abbia cercato di svincolarsi tutto ad una volta dall’assorbente influenza di quell’incubo possente; ma forse non v’è riuscito. Si capisce ci sian dei tratti di quell’ammaliante fisonomia ancora rimasti nell’ombra. Si vorrebbe sapere qualcosa di più delle intime lotte, dei giganteschi progetti che s’agitavano dietro quella fronte luminosa, come un mare in tempesta. La sua malìa, la sua forza magnetica veniva appunto dal di dentro, da quel caos d’imagini e di idee che mostrava le apparenze d’un genio creatore e aveva la impotenza dell’ennuco. Su questo punto il Faldella si contenta di accennare. Ma che belle pagine, massime verso la fine! Che emozione sincera in quella lettera di Pinotto alla mamma, quando per intenerirla le parla del cane dell’usciere presso cui è ricevuto per carità! «Mi sento rinato, massimamente perchè penso a te, perchè fondo tutte le mie speranze sopra di te...., Ha poi un cane l’usciere, un cane che è una meraviglia. Si chiama Fido e non usurpa il suo nome. Vorrei che tu lo vedessi, mamma! È un grosso barbone, bianco come la giuncata. Va lui in piazza con la sporta fra i denti, e pare dica ai passeggeri come Napoleone I colla corona di ferro: Guai a chi me la tocca!... Vedi, mamma, se son diventato buono. Mi sono persino riconciliato con i cani!...»
Che belle pagine, ripeto, specie quelle che seguono questa lettera e descrivono gli ultimi giorni della infelicissima vita di Pinotto! Anche la forma è più piana, più semplice, senza esser meno efficace dell’ordinario.
La forma del Faldella ha un carattere tutto suo. Vi predomina una certa stranezza ruvida che colpisce, anche quando non piace. Colorita, immaginosa, si serve di tutti i mezzi per rendere il suo concetto il più sinceramente che può; spesso l’arcaismo è per essa un mero affar di tavolozza. La stessa cosa può dirsi dell’imagine che il Faldella vuol nuova, stridente, rumorosa, insomma tale che faccia l’effetto di qualcosa che scoppi, di qualcosa che abbagli. Ma non di rado gli manca la misura e vi si sente lo sforzo, un gran nemico dell’arte.
Senza dubbio egli ha un’originalità di umore e di tenerezza simpatica assai (in questo volume Degna di morire è una cosettina soave, pregna di poesia); ed è frequente il caso che il suo bizzarro concetto prenda la forma più schietta e si riveli quasi trionfalmente con una crânerie proprio artistica.
Ma io mi riserbo di fare un completo studio sul Faldella, appena verrà fuori il suo Viaggio a Roma senza vedere il Papa già annunziato dal Casanova.