— Che cosa è stato? domandò il bimbo tremando come una foglia.

— Ah! il cane ha la tosse! risponde la mamma fra uno scoppio di pianto.

Il giovinetto divenne un cattivo scolare, un terribile spauracchio di professori e di colleghi. Poi rinsavì quasi ad un tratto. Sentì bollirsi nella mente una folla d’imagini, sentì nel cuore un’esuberanza d’affetti. Drammi, commedie, tragedie, poemi, tutte le possibilità e le impossibilità letterarie gli si presentarono innanzi, lo sedussero, lo tennero occupato da mattina a sera con un’incubazione interminabile: serie di capolavori che si seguivano, s’accavalcavano, s’annullavano perpetuamente nella sua fantasia per ricominciare da capo la loro abbarbagliante apparizione. Da tutto questo tramestìo, ridottosi infine ad una suprema impotenza, scaturiva intanto una aspirazione elevatissima, uno sdegno delle cose comuni, delle trivialità, e una vera intuizione dei larghi orizzonti dell’arte moderna che si rivelavano nelle sue frasi sdegnose, incisive, assiomatiche, o nelle sue spallate.

A ventidue anni era un bel giovane, alto, aitante della persona, occhi neri e profondi, fisonomia severa ma simpaticissima. Fattosi consegnare dalla mamma la sua eredità paterna, un ottantamila franchi, s’immerse nella vita pazzamente, da gran signore, da gran sibarita, da artista, ma anche da uomo di cuore e da eroe. Ridotta, in un par d’anni, la sua fortuna a poca cosa, egli partiva per l’America, sognando di rifarla col commercio. Ma dopo alcuni mesi ritornava in Italia. «Aveva fatto l’ostetrico sopra un bastimento a vela, aveva portato colle sue braccia damigiane di petrolio, ricevute mance da facchino, e accordati pianoforti a Buenos Ayres.». A chi gli domandava notizie dei suoi lavori, rispondeva: «aver ottenuto dalla cortesia d’un macchinista il favore d’abbruciare i suoi manoscritti letterarii, i suoi lunghi studii nel fornello d’una locomotiva a vapore.»

Visse alla meglio, ruminando il capolavoro che non cominciava mai a scrivere, aspro colla famiglia contesagli da un cane, colla società che non gli dava due uova al tegamino ogni giorno, con sè stesso perchè pieno di tanta alterigia e di tanta miseria. La coscienza della sua superiorità gli faceva sprezzare tutte le forme sociali. Domandava ad imprestito dagli amici, come se quegl’imprestiti gli fossero dovuti. Stancò la pazienza ed anco l’affetto di tutti: stancò sè stesso. Il giovine elegante, l’artista che aveva orrore del triviale, del sudicio, era diventato un uomo irriconoscibile. «Portava in testa un cappellone polveroso con la visiera dura per le pioggie ricevute e lurida per l’unto che vi s’era appastato. Portava addosso un pastrano da inverno in immediato contatto con la camicia che era dello scuro più laido, un pastrano giallo come il mantello di certi cani levrieri, con strappi ed altre macchie indelebili. Aveva la barba lunga e squallida, le occhiaie livide: era scarno come un crocifisso; aveva le ugne orlate di velluto nero, come un prete del Porta.» Trovò finalmente il misero impiego di distributore di libri nella biblioteca Nazionale di Firenze. Rifinito di tante sofferenze fisiche e morali, tentò d’afferrarsi alla fin fine all’àncora salvatrice della famiglia: ma la sua mamma fu dura peggio di prima. Allora si lasciò andare: tutto crollò dentro di lui, anche la sua splendida intelligenza, e una mattina venne trovato morto di fame nella sua fredda e misera cameretta. La mamma, allo annunzio, corse subito da un notaio per rinunziare l’eredità... dei debiti alimentari del figlio!

«Egli aveva tutti gli ideali, anche quelli della virtù casalinga. Creduto uno scioperato qualsiasi dai suoi più cari, di lui inconsapevoli o incapaci di capirlo, egli, fabbricatasi con il più tormentoso lavoro cerebrale la sua gelosa utopia letteraria, forse un giorno le avrebbe dato fuoco, solo per irradiarne l’altare di sua famiglia... Benchè finito misero e oscuro, — noi dobbiamo altamente asserirlo, dice il Faldella — egli fu grandissima parte del nuovo gruppo letterario di giovani piemontesi, i quali gli devono quasi tutti moltissimo, avendo ricevuto e trasfuso nei loro lavori qualche lembo di quella poderosa natura artistica, senza che certamente abbiano saputo esprimere nulla com’egli avrebbe voluto e avrebbe saputo.»

Doveva proprio esserci qualcosa di grande in quella testa e in quel cuore se ne durano ancora le vibrazioni nello spirito dei suoi amici, se la sua figura s’impone alla loro imaginazione, s’irradia, si sviluppa, si sminuzza in tutte le loro creazioni artistiche con una prodigalità che fa stupore.

Mi limito a due soli esempi.

Riccardo il tiranno del Sacchetti è uno schizzo di lui buttato giù con due tratti di penna.

Nel Cesare Mariani dello stesso Sacchetti, Giorgio Murena, un personaggio secondario, è un altro riflesso di lui.