Giorni fa il Massarani, sul punto di regalare ad una persona le due affettuose Commemorazioni ch’egli ha scritto pei suoi genitori, esitava, rammentando che in una di esse, pubblicata nel 1861, gli erano sfuggiti alcuni errori di stampa.

— Sono stati corretti a mano? domandò al suo segretario. Ne abbiamo presa nota, mi pare.

— Sì, sì, rispose il segretario mostrando i luoghi corretti.

Si trattava d’un comunissimo scambio di lettere e dell’omissione di alcune virgole.

Che farci? Tulio Massarani, nella vita e nell’arte, ha questo minuto scrupolo delle virgole che lo rende singolare. Io ammiro e lo invidio.

UN IGNOTO[4]

Dal 1865 al 1870 la giovine letteratura torinese, com’allora la chiamavano, ebbe un centro di riunione in quel Circolo che poi prese il nome di Dante Alighieri. Nato modestamente per opera di Baldassare Cerri, non ancora direttore della Gazzetta del popolo, del Maisa ora console d’Italia in Alessandria d’Egitto, del Sacchetti e del Galateo, giovanissimi e addottorati di fresco, i quali già mostravano voler essere più amanti dell’arte che della gloria avvocatesca, nel 1869 il Circolo s’era ingrandito, aveva preso un nome e teneva le sue pubbliche sedute nella sala dell’anfiteatro clinico di San Francesco di Paola. Vi si facevano delle letture, vi si discutevano appassionatamente e liberamente le cose lette. Il Giacosa vi presentava al pubblico i suoi primi lavori. Il Camerana vi declamava, colla sua voce sepolcrale e, direi quasi, pittoresca, quegli stupendi paesaggi in versi che tutti i suoi amici rammentano con ammirazione profonda; il Termidoro vi osava una fiera apologia del suicidio; il Faldella e il Galateo vi difendevano con entusiasmo giovanile i meschini romanzi del Garibaldi, il Sacchetti vi ragionava così nebulosamente d’estetica trascendentale che, mi disse una volta ridendo, dopo due giorni lui stesso non capiva più nulla del suo scritto. Chiuse le discussioni, si votava, per alzata e seduta. L’immortalità dell’anima vi fu ammessa con notevole maggioranza. L’esistenza di Dio passò a mala pena per tre o quattro voti.

Il pubblico accorreva numerosissimo (lo spettacolo era gratuito) e applaudiva fragorosamente i varii oratori. C’era la doppia attrattiva della giovinezza e dell’ingegno. Infatti vi si profondeva lo spirito, l’entusiasmo, la fede cieca ed assoluta nelle grandi idee, l’ammirazione per ogni cosa bella, l’avida curiosità per ogni cosa nuova. Palestra senza sussiego, la società letteraria Dante Alighieri riuscì una vera scuola per quanti vi presero parte. Molte manifestazioni, molte evoluzioni di veri ingegni ebbero origine lì. I suoi soci, dopo poco tempo, si dispersero di qua e di là, spinti dalle liete o dalle tristi esigenze della vita; diventarono commediografi, giornalisti, romanzieri, consiglieri provinciali, avvocati, alti impiegati ferroviarii, dottori, dilettanti d’ogni cosa, anche farmacisti o semplici borghesi; ma nessun di loro ha dimenticato la Dante, ma tutti confessano volentieri che qualcosa sopravvive in essi di quella continua comunione d’idee e di sentimenti, di quelle ardite avvisaglie del pensiero e dell’arte nelle quali s’esercitarono le prime forze del loro ingegno.

Quest’influenza s’è incarnata, ha preso corpo. V’è un nome ch’essi pronunziano con una specie di riverente ammirazione mista a un rimpianto severo. La morte ha circondato d’un’aureola di mito la strana figura di quel giovane che pareva avesse nella mente un intiero mondo di creazioni sublimi, non scrisse mai un sol rigo, e intanto impresse tale orma di sè in tutte le menti dei suoi amici da sembrare li perseguiti con qualcosa di simile al fascino o all’ossessione anche dal regno delle ombre.

Fu un infelice sin da bambino. Sua madre (non è invenzione di romanziere realista) amò più un cane che lui! Un giorno, tornando a casa tutto contento d’esser riuscito il secondo della classe, egli aveva montato le scale così frettolosamente da perdervi il fiato: non gli pareva vero di poter annunziare alla mamma il suo gran successo. In casa c’era lutto; un silenzio d’ospedale, una mezza oscurità: la mamma seduta in un angolo immersa nel dolore.