«Avvertito con una tossetta il monsù e mèssomi a traverso la bocca l’indice, mi diedi, dietro i bimbi, a far segni: cioè ad accennare il baràttolo, indi, a rovesciare la mano verso la coppa della bilancia.

«Bah! Il caffettiere era proprio grosso di scorza. Salvo il cenno del zitto, non mi comprese per niente. Anzi; egli ebbe il coraggio — sottolineo coraggio — di ripigliarsi una caramella avvantaggina e riporla. Tre guardi mortificati la seguitarono e tre sospiri.

«Così, fu il cartoccio aggruppato, e consegnato all’ometto.

«Questi mollò allora il due-soldi. Stettero tutti e tre, un momento, a vederlo sparire nel fesso del banco; poi, con un balzo di gioia, scapparono via.

« — Chiel che voleva? — mi domandò il caffettiere.

« — Volevo, che loro votaste il baràttolo — risposi stizzito — Pagavo io.

«Ei si rimase un po’ grullo.

«Contagg! — disse — bisognava parlare.

«Fosse egli stato una donna!»

Non faccio annotazioni, lascio libero il lettore. Aggiungerò solamente: vi sono dei piaceri, delle soddisfazioni, dei godimenti intellettuali di second’ordine provenienti dal guardare e dallo studiare in un’opera d’arte il processo di formazione, che si scorge meglio quando, rimasto un po’ incagliato e un po’ incompleto, non arriva a nascondersi sotto il rigoglio della piena funzione vitale. Ma sono piaceri, soddisfazioni e godimenti che non interesseranno mai il pubblico quanto le persone del mestiere. Per queste, il processo, la fattura, la parte tecnica hanno spesso un interesse superiore di molto a quell’impressione generale e completa preferita dalle altre. Gli scritti del Dossi, vere opere d’arte, malgrado i loro difetti e, forse, un po’ a cagione dei loro difetti, mi sembrano i più adatti per istudii di questa natura.