Eppure, povero Planche, chi si ricorda oggi del critico terribile e temuto, mentre la fama dello scrittore così superbamente disprezzato ingrandisce ogni giorno?

«Si può rimproverar tutto al Balzac: la mancanza di spirito e di delicatezza, l’assenza d’anima e di passione, l’abuso delle descrizioni, la predilezione per le corruzioni sociali, uno stile laborioso e scolorito; gli si possono contestare tutte le qualità del gusto e della finezza: ma non possiamo rifiutarci a salutare in lui una potenza d’evocazione senz’uguali. I suoi personaggi restano nella memoria come degli esseri che sian vissuti davvero. Ognuno di noi li conosce come se li avesse incontrati per le vie. Gli abbiam visti, abbiamo parlato con loro, li citiamo coi loro nomi. E questi esseri imaginari sono in numero incredibile: l’opera del romanziere è vasta come un mondo: Balzac aveva non solamente la forza, ma la fecondità del genio. Cosa strana! Balzac non è un artista, ed è creatore: non è scrittore ed ha fondato un genere; non ha fatto un lavoro perfetto, e una intiera letteratura procede da lui.»

Sono le più severe parole che io abbia lette sul Balzac, e in molti punti, con tutto il rispetto dovuto ad un critico come lo Scherer, mi paiono ingiuste. Il Balzac non è artista? Che significa dunque essere artista? Ecco una domanda che mi menerebbe lontano.

II.

Torno al libro del Lovenjoul. Tra i documenti nuovi messi alla luce in questo volume ce n’è uno che riguarda la venuta del Balzac in Italia.

Il Balzac venne tra noi nel febbraio del 1837, munito d’una procura del conte Emilio Guidoboni-Visconti per regolare gli interessi di questo col signor Lorenzo Costantin, suo fratello uterino, a proposito dell’eredità materna della contessa Giovanna Patellani. Fu a Milano, poi a Venezia, nel marzo; e, tornato a Milano, vi stette sino alla metà di maggio.

A Genova un negoziante gli parlò delle miniere d’argento della Sardegna, delle scorie ammonticchiate nelle vicinanze di esse, scorie ricche di piombo dal quale era stato ricavato anche dell’argento. La fantasia del Balzac prese subito fuoco. I Romani, i metallurgisti del medio-evo non dovevan essere molto pratici nella mineralogia; potea darsi benissimo fosse nascosta in quelle scorie una immensa ricchezza. Un gran chimico, suo amico, aveva trovato il segreto d’estrarne, con poca spesa, l’oro e l’argento in qualunque modo e in qualunque proporzione stessero mescolati cogli altri metalli. Bisognava avere i campioni per fare un saggio. Il Genovese promise di spedirglieli a Parigi. Il Balzac, nel caso d’ottimo esito, s’impegnava di ottenere pel Genovese e per sè la privativa dell’affare dal governo sardo.

Dopo un anno, visto che il Genovese non si faceva vivo, il Balzac tornò in Italia, andò in Sardegna e trovò che quegli, fatti dei saggi per conto proprio, contrastava la privativa, presso la Corte di Torino, a una società marsigliese la quale avea scoperto potersi ricavare dalle scorie il dieci per cento di piombo, e dal piombo il dieci per cento d’argento.

Fu una delle tante sue delusioni!

Era partito da Parigi, facendo un grande sforzo per raggranellare i quattrini pel viaggio. Aveva impegnato il po’ d’oro che possedeva: la sua mamma e una sua cugina si eran salassate per lui. Avea viaggiato quattro giorni e cinque notti sopra una imperiale, bevendo soltanto dieci soldi di latte al giorno.