A Marsiglia aveva abitato una stanza di albergo da quindici soldi al giorno e aveva pranzato con trenta. Aveva scritto alla madre: Pense qu’il y a beaucoup plus d’envie de faire cesser des souffrances chez des personnes chères, que de désir de fortune personnelle dans ce que j’entreprends; quand on n’a pas de mise de fonds, on ne peut faire fortune que par des idèes semblables à celle que je vais mettre à fin. (Correspondance pag. 283). E trovava il posto preso! E i suoi castelli in aria rovesciavano a un tratto! Bisognava rimettersi al gran supplizio del lavoro. Si faceva coraggio. Je vais faire trois ouvrages tout de suite, sans débrider! Però.... però...! Era stato a visitare la miniera abbandonata dell’Argentara nella parte più selvaggia dell’isola, e avea portato via dei saggi di minerale. Peut-être le hasard me servira-t-il mieux que les combinaisons de l’esprit. Già pensava di ritornare in Italia col suo cognato, l’ingegnere Surville, e con un ingegnere delle miniere. «Tu verrai con tuo marito,» scriveva alla sorella Laura, «Grazie all’esperienza che ho acquistata, spenderemo poco più di quel che si spende a Parigi. E siccome non c’è di mezzo nessun Genovese, così potremo aspettare finchè saremo più tranquilli. Io sono dunque pressochè consolato.» Aveva bisogno di una chimera: non sapeva staccarsi da questa.

Andò a Milano per isbrogliare ancora alcuni interessi del conte Guidoboni-Visconti. Pare che il governo austriaco intendesse sequestrare quel po’ di beni che il conte possedeva tuttavia in Lombardia. Il Balzac s’adoperò in maniera che il sequestro fu evitato. Credeva tornar subito a Parigi, ma si mise a lavorare. Les mémoires de deux jeunes mariées furono cominciate a scrivere in casa del principe Porcia, in una stanza a pian terreno che dava sul giardino, messa dall’amicizia del principe a disposizione di lui. Nella sua prima dimora in Milano il Balzac v’avea conosciuto molte persone dell’aristocrazia; ma ora faceva una vita da certosino. La contessa Bossi, che non aveva dimenticato le belle serate passate con lui alle Chênes presso i Sismondi, dovette fermarlo coraggiosamente in mezzo alla via per rimproverarlo di non essersi fatto vedere in casa sua. Il suo lavoro lo assorbiva tutto. Era una idea che gli frullava in mente da due anni e non era riuscita a concretarsi. Dipingere l’amore felice, l’amore soddisfatto senza la rettorica del Rousseau e senza le prediche del Richardson: ecco il suo ideale di quel momento. Voleva pubblicare il suo libro senza nome d’autore, come l’Imitazione, e voleva poterlo scrivere a Milano!

Ma era tristo per diverse ragioni. Aveva duecentomila franchi di debiti e i suoi affari andavano male: e il suo cuore era in Russia, presso la persona che fu poi la consolatrice degli ultimi suoi giorni e sua moglie. Invidiava il principe Porcia ch’era così felice colla sua amante, la contessa Bolognini. «Ah! se sapeste, scriveva alla Hanska, che malinconiche meditazioni m’ispira l’aspetto della vita felice del Porcia che abita sul Corso Orientale, dieci case più in là dalla contessa!» Aveva la nostalgia. «La Francia, col suo cielo sempre grigio, mi serra il cuore sotto questo bel cielo di Milano; il Duomo, parato delle sue trine, m’intorpidisce l’anima d’indifferenza!» Il 20 maggio aveva scritto: «Domani, dopo avere fatto scrivere due lettere alle mie amanti, sarò più allegro e sarò da voi calmo e savio da far invidia a un santo.» Due giorni dopo: «Il mio libro è abbandonato; ho lasciato lì le mie amanti per riprenderle un giorno o l’altro.» Infatti passarono quattro anni prima che quel romanzo vedesse la luce nelle appendici della Presse, dopo essere stato lungo tempo annunziato dalla Revue de Paris.

Se si dovesse dar retta alla dedica che si legge ora in testa al romanzo Splendeurs et misères des courtisanes, questo lavoro sarebbe nato anch’esso sotto il tetto ospitale di casa Porcia, sul Corso di Porta Renza, ora Corso Venezia. Ma la dedica da principio si riferiva alla sola prima metà della prima parte del romanzo che allora s’intitolava La Torpille. Può darsi che quest’episodio, trasformato nell’edizione definitiva in Comment aiment les filles, sia nato in Milano.

Certamente il Balzac portò via dei ricordi durevoli del suo soggiorno in questa città: lo dimostrano le dediche di altri suoi lavori a persone milanesi: La Vendetta allo scultore Puttinati, La fausse maîtresse alla contessa Clara Maffei, Une fille d’Eve alla contessa Bolognini-Vimercati, Les émployes alla contessa Sanseverino, sorella del principe Porcia.

Il Balzac non ricevè una bella impressione dalle nostre donne. Gli parvero tutte prive di attrattive, di spirito, d’istruzione, meno una Cortanse di Torino. Le Milanesi, invece, dicono ch’egli non era bello, ch’era goffo, taciturno e che di stupendo aveva soltanto gli occhi, due occhi di fuoco. Il Balzac in quei giorni era d’umor nero. Forse passava per uno di quei periodi di astinenze d’anacoreta ai quali si condannava per resistere alla violenza del suo lavoro. Un motto di lui sulle donne, detto in una cena di soli uomini presso il Porcia, conferma questo mio sospetto; ma non è possibile riferirlo qui. Alla Hanska scriveva: «Comincio a credere che la fama ha ragione, attribuendo alle Italiane qualcosa di troppo materiale in amore.» Tutto questo può diminuire in qualche maniera il severo giudizio del gran romanziere.

Il Balzac lasciò Milano il 6 giugno del 1838 e non tornò più fra noi.

M’è parso giusto premettere queste poche notizie alla descrizione dell’unico autografo del Balzac — di qualche importanza — che si trovi in Italia.

È preziosissimo. Ci mostra il grande romanziere intento al lavoro, in quella terribile lotta colla forma che rende proprio miracolosa la sua vasta produzione in mezzo a tali preoccupazioni d’interessi materiali d’ammazzare qualunque altr’uomo non nato, come lui, un colosso di mente e di corpo.

Lo Champfleury ha scritto un opuscolo intitolato: Balzac. Sa méthode de travail, études d’àprès ses manuscrits (Paris. Patay, 1879,) ove sta sempre sulle generali e non dice nulla che non si sapesse. Perfino il fac-simile di una prova di stampa del Début dans la vie, premessa al suo opuscolo, ha ispirato dei dubbii sulla sua autenticità. Secondo il Lovenjoul, che deve intendersene, le correzioni, piuttosto che del Balzac, paiono della signora Surville, sua sorella. Perciò ho creduto che, anche dopo lo scritto dello Champfleury, queste notizie possano avere un po’ d’interesse. E ringrazio la gentile persona che m’ha cortesemente confidato il prezioso manoscritto e m’ha permesso di descriverlo.