«Phantasma. Elle m’a rappellé un fait à ma connaissance personelle et qui s’appliquerait au système que vous nous développiez avant-hier. Avez vous entendu parler de l’abbé Bouju qui est vicaire général de.... de.... de.... Ma foi, je ne me souviens jamais des diocèses conservées parmi ceux d’autres fois. Eh bien, c’est de lui qu’ il s’agit.»
E il resto continua come nella seconda prova; solamente dopo le parole: tous égoïstes aggiunge: de naissance ou par expérience.
Nella quarta prova questo passo subisce un’insignificante modificazione. Dove diceva: M. Bouju ètait, si legge: mon Bouju. È tutto. La lezione si conserva tale nell’edizione definitiva.
Allo stesso modo che coi periodi della sua prosa, soleva adoperare il Balzac colla struttura dei suoi romanzi. Fondeva insieme più racconti, saldava parti diverse e non sempre in maniera che la saldatura non si scorgesse. Ma in molti punti della sua Comèdie humaine il lavoro lento, paziente della creazione ha ottenuto il gran risultato a cui tendeva: vi si sente l’immortalità della vita dell’arte e la onnipotenza del genio.
GAVARNI[8]
Il Gavarni è il Balzac della matita. Gli storici futuri della prima metà del secolo XIX, insieme alle immortali pagine della Comédie humaine studieranno i dieci mila disegni del Gavarni, come i documenti più autentici della vita francese moderna. Il Balzac ha decomposto e analizzato tutte le passioni, tutti i vizii, tutte le virtù, tutte le debolezze, tutte le miserie di questa civiltà democratica sorta sulle rovine del vecchio mondo aristocratico fra gli entusiasmi e i baccanali della grande Rivoluzione; lavoro d’artista pensatore, che apparisce più meraviglioso e più straordinario di mano in mano che possiamo accostarci ad esso e abituarci a quella vertiginosa immensità. Il Gavarni ha fissato lo stesso mondo del Balzac, cristallizzandolo e rendendolo più immediato colla elegante sveltezza del suo disegno, colla vigorosa potenza dei suoi chiaroscuri litografici e col darci, per di più, oltre l’espressione e la movenza della persona, oltre la commedia e il dramma figurato, il motto vivo, la frase scultoria, condensata, stavo per dire il suono della voce e l’emozione dell’accento di tutti i suoi personaggi.
Questi due grandi osservatori, cosa strana! sono stati, quasi allo stesso modo, due grandi sognatori. Tutti e due han lavorato sotto l’aspro pungolo dei creditori e degli uscieri, privi affatto del senso delle realtà della vita, prodighi, trascuranti le necessità giornaliere; l’uno ammassando coll’imaginazione gigantesca montagne d’oro che fondevansi come neve appena lui stendesse la mano per toccarle, l’altro coll’idea fissa d’una grande rivoluzione da produrre nella scienza dinamica. «Ho da rifare tutta la dinamica e il sole da spostare. Da qualche tempo in qua il sole mi dà ai nervi, e in questi giorni mi son chiesto più volte fin a qual punto sarebbe conveniente farlo sparire; basterebbe vederci un po’ meglio nel sistema... V’importa proprio molto del sole a voi?» scriveva il Gavarni, scherzando, al Ward. Intanto passava seriamente i giorni e le notti assorto a far calcoli e figure geometriche per trovar di stabilire sopra nuove basi la legge del movimento planetario e detronizzare il sole.
— Detronizzate piuttosto l’Hogart e lasciate tranquillo quel povero Newton, gli diceva il Ward, un inglese dotto e positivo.
Ma il Gavarni s’impermaliva; su questo conto non voleva sentir delle frasi. Era dunque condannato a far soltanto delle figurine per divertire i borghesi?
— Che direste, se vi facessi vedere una cassetta piccina così, su questa palma di mano e se, staccando lentamente la mano dal fondo, la vedreste restare per aria?