— Ma è impossibile! rispondeva il Ward.
— Ecco! Tutti pari! Le grandi scoperte son sempre ricevute a legnate!
C’è delle rassomiglianze più notevoli. Il Gavarni si rovinò, come il Balzac, per una speculazione fallita, il suo Journal des Gens du monde che non potè andare più in là del diciannovesimo numero e gli mangiò ventiquattromila franchi e l’oppresse di debiti per quasi tutta la vita. Come il Balzac, ebbe le sue Jardies in quel giardino attaccato alla sua casa sulla via di Versailles, a Point du jour, una casa storica che prima era stata fucina di falsi monetarii, e poi proprietà del famoso Leroy sarto dell’imperatrice Giuseppina. In quel benedetto giardino era un continuo fare e disfare. Ogni giorno un viale spostato, alberi trapiantati, ajuole rase e disposte diversamente. Ponticelli, salite, bacini, un gran tavolo di pietra pei desinari all’aria aperta, canili che parevano stanze, muri di rinforzo, letti di torrenti artificiali,... si buttava in aria ogni cosa quando già ogni cosa sembrava messa al suo posto. E che progetti per l’interno! Mobili, bronzi e una pergola da adornar le mura della sala da pranzo, qualcosa di somigliante ai fantastici affreschi che il Balzac mostrava al Gozlan sulle nude pareti delle Jardies appena rivestite di calce.
La vita di tutti e due è stata una continua lotta: e tutti e due han conquistato il loro posto a furia di pazienza e di ostinatezza, quasi aizzati al lavoro dal pungolo delle avversità economiche ch’essi dimenticavano inebriandosi d’arte, assorbendosi nelle proprie creazioni con identico processo, vivendo la vita dei loro personaggi, cacciandosi sotto la loro pelle per meglio afferrarne l’intima natura del carattere, delle passioni, del ridicolo e dei vizii.
Nel Balzac c’era qualche cosa che repugnava al Gavarni, la trascuratezza della persona. Egli elegantissimo, pettinato, profumato, pretenziosamente ricercato nel vestire fino a portare, in gioventù, degli anelli sopra i guanti e degli stivaletti che sembravano stivaletti da donna, non poteva patire quegli enormi panciotti bianchi che il Balzac comperava dai rivenduglioli, e quei cappelloni da muratore col fondo di lustrino bleu che questi portava in testa. La prima volta che il Gavarni lo vide, nella stanza della redazione del giornale La Moda, corpulento, con begli occhi neri, col naso rincagnato e un po’ schiacciato, colla voce sonora, lo scambiò per un commesso libraio. Più tardi, i due sognatori furono uniti da uno stesso interesse, quello di sottrarre alla sentenza di morte il giornalista Peytel condannato dalle Assise di Bourg per aver ucciso la moglie. Peytel era amico del Gavarni; il Balzac s’era montato la fantasia credendo il Peytel condannato a torto. Andarono insieme a Bourg per consultarlo sopra alcuni punti della difesa. Il Gavarni raccontava un giorno ai De Goncourt che, al primo rilievo dei cavalli, il Balzac cominciò a dire al postiglione: — Fate presto. Quel signore lì guadagna cinquanta franchi il giorno, io cento... Calcolate quel che perdiamo in ogn’ora di ritardo.... — E la cifra dei guadagni ad ogni rilievo aumentava.
Non s’amarono, non furono stretti da grande intimità, ma si giudicarono tutti e due imparzialmente.
«Gavarni s’è fatto uno stile ed una maniera che il suo pubblico riconosce e nota con una fedeltà onorevolissima per l’artista... Gavarni ha fatto un libro senza saperlo: egli ruba gli scrittori contemporanei... Il suo segreto è la natura presa sul fatto, la verità.» Balzac.
«Balzac ha fatto delle belle cose; non si potrà spingere più in là la vigoria dell’analisi: la sua opera composta d’imaginazione e di intuizione è una grand’opera.» Gavarni.
L’ultima volta che si videro, alla stazione degli omnibus di Versailles, Gavarni era in prima, Balzac in terza classe.
— Eccoci qui tutti e due, gli disse questi; voi crivellato di debiti, io obbligato a prendere un posto di terza classe... Ne ho parlato questa mattina al ministro.