GIOVANNI VERGA.

I.[9]

Quando il Verga scrisse la Nedda forse non credeva d’aver trovato un nuovo filone nella miniera quasi intatta del romanzo italiano. La povera raccoglitrice d’ulive rimase un’eccezione nel suo lavoro d’artista e pareva stesse a disagio fra le eleganti sue sorelle che portavano i nomi pieni di fascino d’Eva, d’Adele, di Velleda e di Nata. Che veniva a farci la varannisa colla sua vestina di fustagno lacera e insudiciata, coi suoi piedi scalzi, intrisi di mota, colla sua faccia abbronzata dal sole e travagliata dai patimenti, colla sua capigliatura arruffata e i suoi occhioni neri dalla pupilla sbalordita, che veniva a farci in mezzo a quelle figure tutte parate di seta, di velluti e di trine, tutte coperte di minio e di polvere di Cipro, profumate d’opoponax e di fieno fresco, coi guanti a trentadue bottoni e gli stivaletti di raso dal tacco enorme? In mezzo a quei cuori divorati da strane passioni, a quei nervi sconquassati dalle violente ebbrezze dei sensi, fra quelle meteore luminose e sinistre portate via dal turbine delle feste, dei teatri e delle corse, che veniva a farci lei, la infelice creatura? Era proprio un’intrusa.

Però Eva, Velleda e Nata avrebbero dovuto guardare con un occhio d’invidia la pietosa contadina siciliana che amava coll’istintiva sincerità dell’animale e manifestava il suo profondo affetto di madre ringraziando la Madonna d’essersi portata in paradiso il frutto precoce d’un amore disgraziato. Nel mondo dell’arte quella contadina valeva assai più di loro. Rare volte s’era inteso in Italia un accento così schietto di vera tristezza, un’impressione così viva e così immediata della realtà, che rivelano una potenza d’artista affatto fuori dell’ordinario. Quel bozzetto acquistava sotto gli occhi le grandi proporzioni di un quadro. Le tinte sobrie ma calde davano la vigorosa sensazione del cielo infocato della Sicilia. In quel paesaggio arsiccio, selvatico, sotto l’ombra del bosco di castagne sui fianchi dell’Etna, la figura della varannisa si modellava con una meravigliosa nettezza di contorni, con un rilievo potente: e l’emozione destata nell’animo del lettore dall’opera di arte differiva poco o nulla da un’emozione di prima mano. L’autore aveva avuto la felice malizia di nascondersi dietro la stupenda solidità delle sue figure e il lettore non vedeva che queste: l’illusione era completa.

Ma il Verga tornò subito alle scene della vita elegante che sembrava prediligere perchè poteva studiarle più da vicino. Eros e Tigre reale riportarono i lettori nell’ambiente raffinato e quasi artifiziale dell’alta società; tra sentimenti troppo riflessi per potersi dire sinceri, tra vizii che perdono il loro carattere sotto la maschera dell’eleganza e della indifferente disinvoltura, fra passioni che rimangono compresse e sfibrate dai pregiudizii dell’educazione e dalla invincibile forza del che si dirà? Però in quest’ambiente elevato, pieno d’ombre e di sottintesi, smussato, levigato pareva che l’artista perdesse molte delle sue belle qualità mostrate tanto vigorosamente nel bozzetto della Nedda. Le figure non arrivavano a prendere un completo rilievo; nuotavano, sfumate, entro una luce che sembrava falsa e qualche volta era davvero un po’ di convenzione, come nella Tigre reale. L’arte si lasciava scorgere. Non si provava più la impressione diretta. Già si cominciava a dubitare della reale potenza del suo talento di scrittore, a creder la Nedda uno di quei colpi di buona fortuna che capitano soltanto una volta e non provano niente per la costituzione artistica d’un ingegno. Le circostanze confermavano queste supposizioni poco benevole. Tigre reale, scritta prima dell’Eros ma pubblicata dopo, parve un passo indietro e, forse non a torto, la cosa più fiacca del Verga, quantunque avesse due o tre scene degne dell’autore dell’Eva. Ah! le promesse di questo primo lavoro che aveva messo, di lancio, il nome dell’autore tra i più noti fra noi, le belle promesse di questo volumetto pieno di passione e di sentimento non erano state mantenute! E quando il Verga, oppresso da lutti domestici, rinunziò per parecchi anni alle dolcezze dell’arte, molti che domandavano di qua e di là: Ma il Verga? Ma che fa il Verga? pareva avessero una convinzione di sconforto sull’avvenire dello scrittore.

Ma eccolo che rientra nella vita letteraria e trionfalmente, da pari suo.

Le otto novelle che formano questa Vita dei campi provano che la Nedda non fosse un’eccezione quasi inesplicabile, e che l’ingegno dell’autore non sia punto esaurito. Egli ricomparisce con tutta la potenza di disegno e di colorito da lui mostrato in quel fortunato bozzetto, ma con una maestria più affinata, più vigorosa e più progredita nei grandi segreti dell’arte. Oramai Nedda non sarà sola. Mara, Lola, la gna Pina la lupa, la Peppa, la Saridda le terranno buona compagnia col loro corteggio di amanti e di mariti. C’è Jeli il pastore mezzo inselvatichito fra i solitarii pascoli di Tebidi; Rosso Malpelo e Ranocchio vere talpe della cava di rena rossa alla Carvana; c’è Turiddu, il bersagliere, e compare Alfio, l’omo, che non si lascia posare una mosca sul naso: c’è in ultimo quel buon diavolo di Pentolaccia che finisce così male, in galera, per aver perduto in un momento la sua filosofia di marito senz’occhi e senza orecchie.

Il romanziere della vita elegante è ritornato fra i campi della sua Sicilia, in quell’angolo dell’isola che sta fra il monte Lauro, le colline di Vizzini e la vasta pianura di Mineo.

Oh, come è stato bene ispirato a riprendere l’intatto filone scoperto colla Nedda!

Il suo libro (questo volume è un vero libro, benchè composto di novelle diverse) ha un carattere d’originalità spiccatissimo anche per via del soggetto: ma non soltanto per questo. Le otto novelle son riuscite delle opere d’arte che non trovano nessun riscontro nella nostra sbiadita letteratura, e stanno a paro dei più bei lavori di simil genere della Sand e dell’Auerbach. Li vincono anzi per la sincerità del sentimento, la freschezza delle tinte, la perfetta intonazione del colorito. Il Verga può dire anche lui d’aver fatto qualcosa qui ne ment pas et qui aie l’odeur du peuple.