— «Molto.
«Mentivamo; avevamo il merito di non dircelo. Non ci volevamo male, ecco tutto.»
In questo giuoco, ch’egli chiamava la caccia alla donna, l’attirava l’incognito. E correva dietro un cappellino, dietro un pedino, dietro un velo bianco, felice quando poteva incontrare qualche trouvaille e quando s’imbatteva in qualche nuova farfalla da classare.
Ma un giorno anche lui fu preso per davvero. La ragazza era bella, con denti bianchissimi, col seno ricco, coi capelli bruni, con quel non so che d’una cortigiana da farsi amare. Sapute di lei delle cose abjettissime, si sente lacerare il cuore. «Ho compreso in un momento ciò che si chiama amore! L’ho compreso con tutte le sue abnegazioni, con tutti i suoi sacrifizi!...» E quando lui deve andar via «non un lamento, non un rimprovero, non una parola sul passato.» Hanno passato insieme gli ultimi tre giorni in campagna.
— «Tornerò da te, domani, è vero?
«Non seppi dire di no. Così, il giorno dopo, lei venne. Tutto quello che potei fare fu di rifiutarle di venir la sera dello stesso giorno; e la sera l’amavo tanto, che avrei pianto dal non vederla!...»
Il ricordo d’Arsenia lo tormentò per mesi e mesi.
Altri episodii non meno caratteristici racchiude il bel libro dei De Goncourt. Io ho sfiorato a mala pena il soggetto. Ed ho messo a posta da parte l’arguto osservatore della società partigiana, perchè questo dell’amore m’è parso il lato più curioso e men noto del celebre artista.
Il libro dei De Goncourt si legge coll’avidità d’un romanzo; forse è il primo saggio di quello che sarà il romanzo futuro, un semplice studio biografico fatto su documenti intimissimi. Allorchè s’arriva a quella fine così piena di tristezza che chiude una vita laboriosissima e gloriosa, l’emozione guadagna il cuor del lettore e le lagrime salgono agli occhi.
«Dopo tanto lavoro, un’opera di diecimila disegni dove si trova, per la prima volta nella storia dell’arte, il talento dell’artista riunito al talento di scrittore, dopo le laboriose ricerche del matematico, del dotto e dell’inventore, egli dorme nel cimitero d’Auteuil il gran sonno della morte, sotto una lastra di granito, immagine della solidità della sua gloria e della durata di questo nome (semplice e fiera iscrizione della sua tomba): Gavarni.»