«Ti desideravo: non mi saresti sfuggita. T’avrei dato la perfida assicurazione d’un amore che non avrei mai conosciuto... T’avrei ricevuto fra le mie braccia con tutta la freddezza conservata sin allora, ma con una apparenza d’ebbrezza... Tu m’avresti creduto il più felice degli uomini... Io avrei scritto sbadigliando il tuo nome sul mio giornale dietro il nome di tante altre e t’avrei abbandonata per preparare un nuovo intrigo.»

Non era nè sensuale, nè tenero. Anche nella passione conservava intiera la sua freddezza d’osservazione e d’analisi; ma cercava sempre, con avidità, questo fiore d’emozioni che gli veniva dalla donna e ch’egli confessava non saper trovare altrove. «E lo cercava ogni giorno, dicono i De Goncourt, in sempre nuove emozioni, nei dolci nonnulla d’un amoretto appena imbastito, nella successiva piccola vittoria sopra una donna che si lascia corteggiare, nell’occupazione mezzo platonica e mezzo concupiscente d’una creatura adorata (era per lui quel che più amava nell’amore) per cui aveva creato il verbo gingigner, amar colla testa, coll’immaginazione.»

E la donna non la dimenticava neppur nei momenti di grande preoccupazione, come quand’andava a Bourg per salvare l’amico Peytel. Da Marsiglia scriveva al Tronquoy: «E Arles! la città delle belle donne; — esse sono così belle e graziose ch’è una benedizione! — e civette!... Quando si vede le donne d’Arles non si capisce come possano esistere ad Arles e carte da giuoco e bigliardi e bocce, insomma tutt’altra cosa che l’amore.»

In questa sua volubilità si trova un fondo di tristezza e di malinconia. La donna è proprio un pretesto per lui: egli in verità non ama che quello che gli vien dall’intimo fondo del suo cuore e del suo spirito. A proposito di una giovinetta conosciuta a Bayonne, dalla quale non aveva ottenuto altro che un bacio d’addio dato alla presenza della mamma, egli notava nel suo giornale: «questo bacio unico me lo ricorderò sempre: era elettrico... Finalmente ho fatto il gran sforzo di lasciar Bayonne. Le ragazze belline somigliano alle pietre che il viaggiatore inciampa lungo via per fiaccarsi il collo: ma la mia Fanny era soltanto bellina, anzi non era nemmen bellina. È la sua animina che m’aveva stordito; è questo che io vedevo nei suoi occhi. Dov’era l’incanto? E che me n’importa? Ce n’era uno per me; e se la mia imaginazione mi ha ingannato, tanto meglio — tanto peggio — tanto meglio.»

In fondo, nelle diverse donne amate alla sfuggita, leggermente, lui non ama che la sua donna ideale, quella che non somiglia a nessuna; e si compiace di «quei momenti d’emozione d’un’estrema delicatezza, deliziosi e vaghi, che cullano dolcemente l’anima tra il piacere e la pena, ma che un rumore, un motto, un nulla, anch’un pensiero distruggono.»

Bisogna leggere l’ultima sua passeggiata colla Luigia, al bosco di Boulogne, in uno di quei giorni nei quali l’amore agonizzava di noia in tutt’e due (un’analisi delle più delicate) per comprendere fin dove potesse arrivare la sua potenza d’osservatore e di scrittore.

«Il piacere, quel giorno, era un obbligo per noi: eravamo di quelli che vogliono esser felici ad ora fissa.... È assai strano, senza dubbio, ma era così. C’eravamo incontrati per caso, eravamo stati felici un momento per la reciproca novità, com’accade sempre; poi, senza che io ne sapessi il perchè, la Luigia mi era venuta in uggia....»

È una giornata triste, lunga. Coricati sull’erba, «imbarazzati tutti e due dal loro buon senso che non riuscivano a vincere», lei gli avea posato la testa sulle ginocchia, dicendogli che voleva dormire una mezz’ora. Lui avea atteso coll’orologio alla mano, contando i minuti. Tardi, percorso lentamente quasi tutt’il bosco, rientrano per la porta Maillot.

— «La giornata vi è parsa lunga, le dissi.

— «No, niente affatto: mi son divertita. E voi?