Il Balzac, il gran padre del romanzo moderno, ha i suoi predecessori ai quali sta, forse, meno attaccato che i suoi successori non istiano a lui. Il Flaubert, i De Goncourt, lo Zola che hanno fatto e che altro fanno se non svolger meglio, ridurre a maggior perfezione quelle parti della forma del romanzo rimaste nella Comédie humaine in uno stato incipiente o imperfetto? Il naturalismo, i famosi documenti umani non sono una trovata dello Zola. Bisogna non aver letto la prefazione del Balzac al suo immenso monumento per credere che il trasportare nel romanzo il metodo della storia naturale sia una novità strana e pericolosa. Senza dubbio lo elemento scientifico s’infiltra nel romanzo contemporaneo e lo trasforma più pensatamente, con più coscienza, nei lavori del Flaubert, dei De Goncourt e dello Zola; ma la vera novità non istà in questo. Nè sta nella pretesa di un romanzo sperimentale, bandiera che lo Zola inalbera arditamente, a sonori colpi di grancassa, per attirar la folla che altrimenti passerebbe via, senza fermarsi, com’egli confessava francamente al De Amicis. Un’opera di arte non può assimilarsi un concetto scientifico che alla propria maniera, secondo la sua natura d’opera d’arte. Se il romanzo non dovesse far altro che della fisiologia o della patologia, o della psicologia comparata in azione, come il Berquin faceva una volta della morale in azione, il guadagno non sarebbe nè grande nè bello. Il positivismo, il naturalismo esercitano una vera e radicale influenza nel romanzo contemporaneo, ma soltanto nella forma, e tal’influenza si traduce nella perfetta impersonalità di quest’opera d’arte. Tutto il resto, per l’arte, è una cosa molto secondaria, e dovrebbe esser tale anche nei giudizii che si pronunziano intorno ai lavori rappresentanti, più o meno efficaci, della nuova formola artistica.
Nel romanzo è accaduto quello che il Vacquerie scriveva tempo fa pel teatro: «De siècle en siècle, le poête a émancipé l’action. Ce n’est pas le premier jour qu’il a osé la quitter; il a fallu qu’elle grandît et que le public grandît avec elle, qu’elle parlât et que le publique entendit; il a hésité; il est parti pas à pas; il se retournait toujours pour la voir. Il a mis deux mille ans à sortir de la scène.» Nei romanzi del Balzac, questo sparire dello autore avviene ad intervalli. Egli si mescola ogni po’ all’azione, spiega, descrive, torna addietro, fa delle lunghe divagazioni prima di lasciar i suoi personaggi a dibattersi soli soli colle loro passioni, col loro carattere, colle potenti influenze del lor tempo e dei luoghi; e l’onnipotenza del suo genio non si mostra mai così intera come quando le sue creature rimangon libere, abbandonate ai loro istinti, alla loro tragica fatalità. I suoi successori intervengono assai meno di lui nell’azione o non intervengono affatto. Si può dire che la loro opera d’arte si faccia da sè, piuttosto che la faccian loro. E questo semplicissimo cambiamento ha già prodotto una rivoluzione che il volgo dei lettori difficilmente sarà nel caso d’apprezzare nel suo giusto valore.
I Malavoglia si rannodano agli ultimissimi anelli di questa catena dell’arte. L’evoluzione del Verga è completa. Egli è uscito dalla vaporosità della sua prima maniera e si è afferrato alla realtà, solidamente. Questi Malavoglia e la sua Vita dei campi saranno un terribile e salutare corrosivo nella nostra bislacca letteratura. Lasciateli fare e vedrete. Se avranno poi la consacrazione (e se la meritano) d’una traduzione francese, eserciteranno un’influenza anche in una sfera più larga e conteranno per qualche cosa nella storia generale dell’arte. Giacchè finora nemmeno lo Zola ha toccato una cima così alta in quell’impersonalità ch’è l’ideale dell’opera d’arte moderna. C’è voluto, senza dubbio, un’immensa dose di coraggio, per rinunziare così arditamente ad ogni più piccolo artificio, ad ogni minimo orpello rettorico e in faccia a questa nostra Italia che la rettorica allaga nelle arti, nella politica, nella religione, dappertutto. Ma non c’è voluto meno talento per rendere vive quelle povere creature di pescatori, quegli uomini elementari attaccati, come le ostriche, ai neri scogli di lava della riva di Trezza. Padron ’Ntoni, Mena, la Santuzza, lo zio Crocifisso, lo zio Santoro, Piedipapera, ecc., sono creazioni che debbono essere un po’ sbalordite di trovarsi a vivere dentro la morta atmosfera della nostra stalattitica letteratura. Se non ci fossero Don Abbondio, Perpetua, Agnese, Renzo, Don Ferrante e Padre Cristoforo, dovrebbero proprio rassegnarsi di restare in famiglia con la Nedda, colla Lupa, con Jeli il pastore, con Rosso Malpelo.
Un romanzo come questo non si riassume. È un congegno di piccoli particolari, allo stesso modo della vita, organicamente innestati insieme. L’interesse che ispira non è quello volgare, triviale del come finirà? ma un interesse concentrato che vi prende a poco a poco, con un’emozione di tristezza dinanzi a tanta miseria, dinanzi a quella lotta per la vita, qui osservata nel suo primo stadio quasi animale, e che l’autore s’accinge a studiare nelle classi superiori con una serie di romanzi legati insieme dal titolo complessivo: I Vinti.
L’originalità il Verga l’ha trovata dapprima nel suo soggetto, poi nel metodo impersonale portato fino alle sue estreme conseguenze. Quei pescatori sono dei veri pescatori siciliani, anzi di Trezza, e non rassomigliano a nessuno dei personaggi d’altri romanzi. Non è improbabile che il Verga si possa sentir accusare di minore originalità quando il suo soggetto lo condurrà fra la borghesia e le alte classi delle grandi città, perchè allora le differenze dei caratteri e delle passioni appariranno meno spiccate; ed è bene notarlo fin da ora.
I Malavoglia non sono certamente un lavoro perfetto; l’autore lo sa meglio di noi. Certi eccessi di forma minuta, certe sproporzioni di parti potevano forse evitarsi, senza che l’evidenza della rappresentazione ne soffrisse e con profitto del libro e dei lettori. Ma mi par di vedere il Verga che, dal fondo della sua coscienza d’artista, modestamente mi fa osservare: Forse no.
NEERA[11]
Anni fa mi s’era fatto credere che il poetico nome di Neera nascondesse la persona d’un uomo. Anzi, una sera che questo nome comparve in un cartellone di teatro sotto il titolo, non ricordo quale, d’una commediola in un atto, uno che voleva darsi per bene informato, o che credevasi tale, mi confidò che Neera mascherava... i biondi baffi del barone de Renzis. Sapendo che parecchie scrittrici moderne hanno avuto il capriccio di ribattezzarsi con nomi mascolini, non mi parve strano che uno scrittore, per contrapposto, scegliesse quello d’una donna. Ma un bel giorno fui molto sorpreso d’incontrarmi colla Neera in carne ed ossa, una giovine signora vestita con elegante semplicità, bruna, un po’ gracile, con due occhi neri, vivacissimi, e una certa malinconica serietà nell’aspetto, rallegrata di quando in quando da un grazioso sorriso.
Oggi il vero nome dell’autrice delle Novelle gaie e del Nido non è più un mistero per molte persone; io intanto rispetterò la pudica delicatezza femminile che vuol tenerlo nascosto e non commetterò l’indiscrezione di stamparlo su queste colonne.
Un pseudonimo, rassomiglia a una clausura. Voi potete ascoltare i canti religiosi delle monache al coro, durante le sacre funzioni, potete gustare le frutta candite, le marmellate, il pan di Spagna, i torroni di zucchero e tutte le altre ghiottonerie confezionate dalle abili mani delle spose di Cristo; ma penetrare dentro le mura del loro chiostro, ma assistere, ma mescolarvi alla loro vita giornaliera è vietato dai canoni, dalla regola e dal portone sempre chiuso. Il pseudonimo di una signora, soprattutto, significa: Badate! Io voglio essere due persone: una, la donna — fanciulla, madre di famiglia, zitellona, — che vive pei parenti e pegli amici, che non isdegna nessuno dei suoi doveri domestici, previdente, massaia, infermiera, ora allegra, ora coi nervi, spesso impensierita delle troppe cure del suo piccolo regno; l’altra, la scrittrice che mette fuori ogni anno dei volumi composti non si sa quando, nei momenti rubati al sonno e alle preoccupazioni della vita giornaliera. È di questa, soltanto di questa, cioè dei suoi libri, che il pubblico e la critica debbono interessarsi, caso ne valgano il pregio. Fra quei libri e la mia persona separazione perfetta. Le mie fantasie divertono? I miei racconti commuovono? Non cercate altro. Che v’importa se al sorriso d’un mio lavoro corrisponde forse una lagrima dei miei occhi, una pena del mio cuore? Che vi importa se la scena d’amore d’un mio racconto sia nata in momenti di fastidio, di rassegnazione, anche d’odio nelle circostanze della mia vita? Son cose che mi riguardano: vieto agli altri d’occuparsene.