Oh sì! Il pubblico è indiscreto, (spesso è bene che lo sia), e il pseudonimo raddoppia la sua naturale curiosità quando il libro lo scuote. Non trova nulla che soddisfaccia la sua avidità dell’ignoto? Non importa; arzigogola, deduce, dà corpo a una fantasticheria e finisce col crederci lui stesso, come a cosa certissima. Un personaggio, una scena, quattro righe di dialogo, un’osservazione fatta dalla scrittrice per conto proprio (la filosofia, sto per dire, del suo libro), tutto viene adoperato per indovinare la persona che sta nascosta dietro la maschera d’un finto nome. E poichè, in fatto di caratteri e d’ingegni, le regole generali sono gremite di eccezioni, novanta volte su cento l’induzione tratta da tali elementi riesce il contrario della verità. Mancano i passaggi intermedii, mancano le piccole cause che trasformano spesso i risultati d’un gran principio generale. E mentre ci figuriamo d’aver afferrato il bandolo di una matassa, questa s’arruffa di più; mentre ci crediamo d’aver delineato una fisonomia rassomigliante, abbiamo invece abbozzato la caricatura, spesso la calunnia dell’originale.

La Neera lo sa per prova. Le persone difficili, i critici che fanno mestiere di scandalizzarsi di tutto, quando s’incontrarono in alcune pagine dell’Addio e delle Vecchie Catene ove la passione parlava il suo caldo ed irragionevole linguaggio, ne dedussero che l’autrice di quelle pagine doveva aver sentito qualcosa di quei colpevoli ardori. Invece esse erano il parto d’una donnina savia, di una mamma affettuosa che, prima di sedersi al tavolino e intinger la penna, aveva messo a letto amorosamente i suoi bimbi, e avea dato gli ordini più minuti pel governo della sua modesta famiglia. Nel silenzio del suo studiolo, al lume della lampada che rischiarava i fogli bianchi preparati per esser coperti d’una scrittura fine e nervosa, i personaggi del suo lavoro avevan preso solidità, avevano agito, pensato e parlato secondo la loro natura: un altro ambiente, un’altra vita, ove lei restava, in qualche modo, spettatrice spirituale; nient’altro. E bisognava esser ciechi, o sotto l’impero d’un’idea preconcetta, per non accorgersene, per non capire che lì si fosse ancora molto lontani dalla realtà, e che vi si scorgesse piuttosto una inesperienza d’osservazione diretta, che l’esperienza personale, come pretendevan quei signori.

Infatti i migliori lavori della Neera: le Novelle gaie e questo Nido recentemente pubblicato, hanno un carattere di rêverie. La realtà c’entra quel tanto che occorre perchè il sentimento prenda una forma: il resto è come una fioritura primaverile dell’anima della scrittura, una variazione musicale su temi che sorridono anche quando sono mesti.

La forma è tutta sfumature e capricci, qualche volta troppo piena di capricci, quasi con compiacenza ricercata; specialmente nelle Novelle gaie. In esse, ordinariamente, i personaggi s’intravedono più che non si vedano, circonfusi come sono ora da una luce troppo viva ed ora velati da una sottile e rosea nebbia d’umorismo. Sembra ch’ella stessa non li prenda sul serio, che li canzoni finamente, che li sballotti di qua e di là con bizzarria fanciullesca. Talvolta s’intenerisce per essi, fino a versar qualche lagrima; ma si scorge benissimo che allora il suo occhio guarda più oltre, fisso alla lontana realtà della quale la fantasticheria di quel momento è o una leggiera imagine, o un riflesso tremolante, o un’aspirazione, o un rimpianto. Quattro o cinque di queste novelle sono tra le cose più squisite che in tal genere si siano scritte fra noi. C’è un’ironia di buona lega, un’allegria che ha tutta la spensieratezza della vita studentesca. Paiono nate tra vortici di fumo di pipa, nello scompiglio d’una stanza di giovanotti. I libri sono messi a dormire, le tesi giacciono alla rinfusa sui tavolini ingombri e disordinati. A cavalcioni d’una sedia in maniche di camicia, mentre la stanza si riempie di fumo, quei capi ameni scorazzano sbrigliatamente nel mondo dell’immaginazione colla forza dei loro venti anni; credono di parlare sul serio, ma non fanno che sognare ad occhi aperti. E il lor piccolo mondo si riverbera in tutti quei sogni confusamente, grottescamente, allegramente, colle sue figure di ragazze amate o credute d’amare, di professori ridicoli, di zii tiranni, di compagni imbecilli, di ricordi di giovinezza, d’ideali sospirati, di primi disinganni, di prime sciocchezze, di storditezze del cuore costate poi dei veri dolori, e si rimescola, e scintilla, e risuona, e apparisce e sparisce con mobilità vertiginosa. Le Novelle gaie sono qualcosa di simile. E non lo dico per biasimo. C’è lì il segno evidentissimo d’una imaginazione vivace, d’un ingegno non ordinario. Qualunque ne sia la natura, questo lor mondo è vivente; illude, attrae, diletta, spesso fa battere il cuore, lo solleva sempre: giacchè una gentile impressione artistica produca certamente un’elevazione dello spirito. E il soffio dell’arte lì non manca mai, sebbene qualche volta faccia difetto la maestria esteriore dello stile.

Nel Nido la rêverie ha un diverso carattere.

«Vi è sempre nel mondo un cantuccio che si preferisce a tutti gli altri; un paese, una collina od una valle, qualche volta un dirupo scosceso o un pantano pieno di nebbie, che noi anteponiamo ai giardini più ridenti. È per solito il paese, la collina, la valle, il dirupo, il pantano che abbiamo visto a traverso il velo color di rosa dei quindici anni — è il luogo dove i nostri cuori si sprigionarono dalle fasce dell’adolescenza e videro e sentirono e amarono per la prima volta.

«Quell’istante dolce e solenne in cui il bocciolo diventa fiore, quel mattino superbo della vita in cui la nostra imaginazione travede insognati splendori, si riflette e si fissa sugli oggetti intorno per modo che noi ritornando dopo molti e molti anni vecchi e disillusi, vediamo scorgere come per incanto da ogni albero una rimembranza, da ogni sasso una memoria, e volgendoci indietro sui sentieri calcati dalle nostre ormi giovanili, ci par di rileggere una pagina dimenticata.»

L’intonazione dell’idilio che si svolge nel Nido è tutta in queste righe, e nei versi del Carducci che servono da epigrafe alla seconda parte:

O monti, o fiumi e prati,

O amori integri e sani: