O affetti esercitati

Tra una schiatta d’umani;

Alta, gentile e pura

O natura! O natura!

Un idilio non si riassume. La storia d’Editta è d’un’estrema semplicità. Editta è amata, ama, e diventa la sposa dell’uomo che ha avuto il primo palpito del suo cuore. Eppure in mezzo a questa estrema semplicità c’è tutto un piccolo dramma. Editta è una fanciulla d’istinti aristocratici....» Cresciuta in mezzo ai libri e alla poesia scritta, le era ignota la poesia suprema della natura.... Era troppo sagace per rappresentare il personaggio della fanciulla ingenua, ma non era nemmeno una donna, perchè della donna le mancava la sapiente esperienza e la bontà indulgente.... Editta non si abbandonava, ecco. Una grande stima di sè stessa (che è la base dei caratteri forti) scompagnata dalla tolleranza dei difetti altrui, le rendeva insopportabili la vanità e l’ignoranza.» È da questo suo carattere che il piccolo dramma nascerà. Il giovane che le ha destato nel cuore un sentimento affatto nuovo per lei, è un giovane ritirato nella sua campagna intento ai miglioramenti agricoli, agli allevamenti razionali dei polli e dei conigli, severo nell’amministrazione del suo patrimonio, ma benefico coi contadini e voluto bene da tutti. Editta ignora che sotto la veste di quel coltivatore si celi un’intelligenza elevata, un cuor di poeta, il quale tentato nella sua prima giovinezza il cammino della gloria, se n’era tornato addietro, preferendo la pace serena dei campi alla tempestosa vita dell’artista. Editta ignora che quel piantatore d’erba matricaria, come lo chiama in un momento di stizza, abbia tutte le delicatezze e le raffinatezze di spirito ch’ella vorrebbe trovare nell’uomo a cui dovrebbe legarsi per tutta la vita: e il giorno che Giovanni le dice: vuol esser mia moglie?, ella rifiuta alteramente, sebben commossa. «Sentiva tutto il valore d’una offerta che le assicurava l’avvenire, quella prova certa di essere amata la riempiva di una dolce ebbrezza; ma il pensiero di vincolarsi per sempre ad un uomo inferiore, di rinunciare ai suoi sogni grandiosi, alle sue poetiche speranze, di fermare ad un tratto i voli della sua imaginazione e mettersi prosaicamente a cucir camicie a fianco di un marito che allevava galline...!»

Ma, in quel Nido, in quel benedetto angolo che la Neera ha dipinto con tanto bagliore di luce e di verde, tutto è bontà, tutto è felicità, tutto è sorriso. Arriva dunque un momento in cui l’amore produce il miracolo di vincer l’orgoglio della bella fanciulla; e allora «quando un raggio di luna cadde dall’alto delle colline nella valle, il piccolo nido si aperse e si richiuse pudico all’ombra degli oleandri, e gli usignuoli, soli, origliando tra i rami, poterono udirne i sommessi sospiri.»

Non ve l’ho detto che è un rêve? Ma questa volta la forma è più solida, la maestria della scrittrice notevolmente avanzata. Dall’Un Romanzo, dall’Addio alle Novelle gaie e a questo Nido qual’enorme distanza! Anche il suo rêve comincia a prendere un poco più di solidità: il personaggio si vede, può toccarsi, quantunque non sia ancora proprio di carne e di ossa. Si capisce però che lo sarà presto. Questa notevole progressione di bene in meglio mi ha spinto a consacrare alla Neera un intiero articolo. È un ingegno delicato, con una tinta di gaiezza e d’ironia non so dire precisamente se nell’immaginazione o nel cuore; ha un notevole vigore di rappresentazione, una certa sottigliezza nell’osservare, l’istinto della convenienza, della misura, delle proporzioni, e l’abilità delle sfumature che in arte son molto quando, talvolta, non son tutto. Resta a vedere se queste belle forze, messe al contatto della realtà, resisteranno. Dopo le prove date, saggi d’ingegno, esercizii di muscolatura e di scioltezza di mano, si vorrà veder uscire la Neera del mondo un po’ artifiziale dove, s’è compiaciuta finora. Si vorrà vederle aprir la finestra perchè in quel suo studiolo entrino e la luce sfacciata delle vie, com’ella dice, e il rumore assordante della vita che pur troppo non somiglia in nulla, o assai di rado, a quello che si sente nel delizioso nido da lei fabbricato per la sua simpatica Editta.

Ma forse non è male che l’arte di tanto in tanto ci dia le illusioni dell’acqua, del verde e della frescura, prodotte dal miraggio ai viaggiatori del deserto. È innegabile che la severità quasi scientifica dell’arte moderna opprime, stanca, fa male al cuore. Ma dall’altro lato è anch’innegabile che l’arte dove non sia passato il soffio del pensiero moderno non è più un’arte vitale e che abbia valore. Il più piccolo squilibrio d’elementi, dalla parte dell’immaginazione o dalla parte della riflessione, producono un danno, una deformità nell’organismo dell’opera d’arte; ma se si riflette bene alla prevalenza ognora cresciente della riflessione e dell’osservazione positiva nell’analisi scientifica, non si tarderà a capire che, se il sentimento artistico vivrà eterno, la forma... Ma io non credevo di dover finire con queste malinconie.

ALPHONSE DAUDET[12]

Un giorno, nei più bei tempi del secondo impero, il Duca di Morny invitava a far parte del suo gabinetto particolare un giovane di mezzana statura, dalla pelle leggermente olivastra, dai capelli lunghi, nerissimi, un po’ ricci e arruffati sopra una bella fronte sotto la quale fiammeggiavano due occhi irrequieti, il sinistro armato d’un monocolo. Il naso finamente incurvato, la barba divisa in due punte come quella tradizionale del Cristo, le mani piccole e ben modellate, l’aria elegante e sciolta di tutta la persona lo mostravano un gentiluomo. Il suo accento stranamente sonoro lo faceva riconoscere per provenzale.